Dallo schiaffo a Caracas alle mire sul greggio e sul territorio danese: l’analisi di un’amministrazione che demolisce le regole per inseguire il business e la supremazia globale.
Partiamo da qui. Dalle parole di David Rothkopf, noto analista americano, esperto di politica internazionale: ” Trump non si limita più a piegare le regole: le sta demolendo “.
Stiamo ai fatti. La Costituzione americana richiede l’approvazione del Congresso per qualsiasi atto di guerra. Facciamo un esempio non lontano nel tempo. E con un presidente ancora una volta repubblicano: George W. Bush, che cercò e ottenne – era l’11 ottobre 2002 – il sostegno del Congresso per l’invasione dell’Iraq.
Cosa che puntualmente avvenne (e la Storia ne ricorda i tragici effetti) nel 2003. Anche allora le critiche all’uso della forza bersagliarono la Casa Bianca.

Il fronte latino-americano: tra minacce e blitz militari
”E’ un sentiero buio” e ”un precedente pericoloso” contro un paese che non ha attaccato l’America” disse a quel tempo il democratico Dennis Kucinich. Parole che funzionano anche oggi. Anche se Trump dice che non si è trattato di un’azione di guerra contro il Venezuela, ma solo un blitz militare perché “il Venezuela è responsabile di traffico di droga verso gli Stati Uniti”.
Vero, ma solo in parte. Glielo ha fatto notare in modo brusco Marjorie Taylor Greene, deputata repubblicana : “Se il cambio di regime fosse davvero necessario per salvare gli americani da droghe mortali, allora perché l’amministrazione non ha agito in Messico?”.
Trump indirettamente ha risposto: ha accusato la presidente messicana Claudia Sheinbaum di essere, praticamente, un burattino mosso dai narcotrafficanti. E quindi, ha detto il tycoon, “Dobbiamo fare qualcosa”. Più che un proposito, una minaccia. Se il Messico è già avvisato, nel mirino, per adesso solo verbale, del capo della Casa Bianca, vengono inquadrati anche Cuba e Colombia, altri due paesi che hanno ufficialmente condannato l’attacco americano in Venezuela.
Serviti anche loro: “Cuba è una nazione in fallimento: vogliamo aiutare i cubani nell’isola e quelli che vivono in America” promette Trump, in un impeto di solidarietà assai sospetto. Poi lo schiaffo alla Colombia:”Produce cocaina che finisce da noi. Stia molto attenta”. Ancora la droga come molla per l’ennesima intimidazione.
Il “Money Game”: il petrolio venezuelano nel mirino
In realtà l’azione militare made in Usa che ha spostato Maduro dalla sua camera da letto nel palazzo di Caracas al carcere federale di Brooklyn nasce da precise mire economiche. Se pensate al petrolio ci avete preso. Parliamo di circa 303 miliardi di barili, pari a quasi il 18% delle riserve globali, secondo la US Energy Information Administration. Eppure il paese ricava oggi solo circa 20 miliardi di dollari l’anno dall’estrazione e dall’esportazione di petrolio.
La causa? Un mix di corruzione, pessima organizzazione, sanzioni, impianti obsoleti. Quest’ultimo nodo è particolarmente scorsoio: gli impianti attivi sono tecnicamente inadeguati alla lavorazione del petrolio venezuelano che è “pesante”, con un alto contenuto di zolfo.
Musica per le orecchie di Trump che, peraltro, non si è nascosto alla verità: ha infatti detto chiaramente che gli Stati Uniti faranno entrare in Venezuela le grandi compagnie petrolifere, pronte a investire miliardi di dollari in infrastrutture all’avanguardia e in grado di generare ricchezza per il Paese.
L’ombra della Cina e l’ossessione per la Groenlandia
Domanda d’obbligo: quale Paese? Il Venezuela? L’America? C’è poi il classico convitato di pietra: la Cina, uno dei principali importatori del greggio di Caracas. Non a caso nel 2024 China Concord Resources Corporation, società privata con sede a Pechino, ha firmato un contratto ventennale da un miliardo di dollari per sviluppare la produzione petrolifera attraverso un progetto che punta a produrre 60.000 barili di greggio al giorno entro la fine del 2026. Il blitz americano a Caracas ha fatto andare di traverso a Xi Jinping l’anatra alla pechinese che stava addentando. Ma Trump lo ha tranquillizzato:”Non ci saranno problemi: la Cina avrà il petrolio”.
Altra domanda d’obbligo: a che prezzo?. In questo quadro caotico manca qualcuno? Ovviamente si: la Groenlandia. Un chiodo fisso del presidente:”Ne abbiamo assolutamente bisogno per questioni di difesa” ha detto a The Atlantic. E a Katie Miller, moglie di Stephen Miller, il vicecapo dello staff di Trump, sono scappati i colori quando ha caricato sul suo profilo X l’immagine del territorio autonomo danese dipinto a stelle e strisce. La premier danese Mette Frederiksen ha replicato secca al tycoon:”Il nostro paese non è in vendita e il nostro futuro non è deciso dai post sui social media”.
Ai suoi collaboratori avrebbe sussurrato: ”Der er ingen pa isen” che – dal danese all’italiano – letteralmente significa “Non ci sono mucche sul ghiaccio”, in senso figurato:”Siamo in una botte di ferro”. Speriamo abbia ragione.