Volkswagen dieselgate: confusione totale

Volkswagen dieselgate. Ogni giorno, per non dire ogni ora, vengono diffuse notizie sullo scandalo che ha travolto il Gruppo di Wolfsburg. Il pressapochismo e la confusione regnano sovrani.

A distanza di una settimana dall’inizio del Volkswagen dieselgate – come è stato soprannominato per primi dagli americani che lo hanno portato alla luce – l’unica cosa certa – confermata senza tante perifrasi dal nuovo numero uno di Volkswagen Matthias Müller – è che per aggirare le norme antinquinamento USA a Wolfsburg è stato montato su alcuni motori diesel un software capace di “imbrogliare” i rilevamenti.

Perché mai, visto che non ce ne era alcun bisogno (la normativa europea è decisamente meno restrittiva), sia finito anche sui motori non destinati agli USA è uno dei tanti misteri della vicenda. Risultato, 11 milioni di vetture sono finite fuori legge. Quelle americane perché hanno barato sulle emissioni, quelle del resto del globo perché montano un dispositivo palesemente illegale.

Uno scivolane che sta costando carissimo non soltanto alla Volkswagen, ma all’intero comparto automobilistico. Viviamo in un’epoca dove la dietrologia è imperante. Il termine fu coniato negli anni Settanta, ma è nell’attuale era di internet e dei social che è diventato il dogma del giornalismo d’assalto che non conosce né limiti né frontiere.

Nell’abc del giornalismo del secolo scorso c’era l’obbligo deontologico di verificare le fonti. Cosa oggi ritenuta del tutto superflua. Risultato, a caccia di facili scoop, si pubblica di tutto e di più. Subito si è pensato che se in Volkswagen avevano fatto i furbi anche altre Case dovevano aver fatto altrettanto. Ecco dunque la “sparata” sul coinvolgimento di BMW. Notizia risultata del tutto falsa, ma che, prima di essere smentita, ha fatto in tempo a far crollare il titolo in borsa.

Ciò ha spinto la Daimler AG, a scanso di equivoci, a diffondere un comunicato (clicca per leggerlo) dove afferma l’estraneità di Mercedes-Benz a ogni manipolazione.

Ogni giorno, per non dire ogni ora, vengono diffuse notizie sulla scandalo Volkswagen dieselgate. I media di ogni Paese danno il proprio contributo ad arricchire la telenovela e a creare “confusione” nell’opinione pubblica.

Tra le ultime news, il grande risalto dato dai media nostrani a una circolare inviata da Volkswagen Italia a tutti i concessionari che chiede di sospendere, come misura precauzionale, la vendita, le immatricolazioni e le consegne dei “modelli equipaggiati con motori diesel EA 189 omologati Euro 5. La comunicazione riguarda circa 2.500 veicoli dei marchi Volkswagen, Audi, Seat e Skoda. Da sottolineare che la misura non concerne i nuovi Euro 6, in vendita dal 1 settembre, ma nessuno ne ha fatto cenno e si è preferito mettere tutto nel calderone mediatico.

Che dire poi dello “scoop” di Welt Am Sonntag: Daimler ha scritto a circa 11.000 possessori di una Mercedes Sprinter per un aggiornamento del software collegato al sistema di emissioni. Replica della società: il richiamo a partire da giugno scorso «non ha assolutamente niente a che vedere con gli attuali problemi Volkswagen» e il “caso” si è sgonfiato in poche ore, anche se i dietrologi di professione vi avevano già costruito sopra un castello di ipotesi.

Non potevano mancare le associazioni dei consumatori italiani. Abusbef e Federconsumatori chiedono alla Comunità europea che si giunga in maniera celere e determinata alla definizione di una direttiva per la costituzione di una normativa di class action europea. Altroconsumo nei giorni scorsi ha presentato 6 richieste a Volkswagen dando 15 giorni di tempo per le risposte, decorsi i quali verrà avviata la class action.

ultimo aggiornamento: 28-09-2015

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