Volkswagen: la lezione dell’Alce

Volkswagen, l’affaire che sta sconvolgendo non soltanto l’automotive, ma sta avendo imprevedibili ripercussioni in Borsa, ha un illustre precedente, basterebbe fare tesoro della lezione di allora.

Mentre ieri sera ero a caccia di reportage “giornalistici” meno scontati e soprattutto uniformati sull’affaire Volkswagen, mi è venuto in mente un “affaire” analogo avvenuto alla fine del secolo scorso che coinvolse l’altro colosso tedesco: la Mercedes-Benz.

Era il 1997 e noi giornalisti dell’auto, fummo colti di sorpresa nell’apprendere che i colleghi svedesi di Teknikens Värld – testata nota solo agli addetti ai lavori e neanche a tutti – aveva sottoposto al älgtest (in svedese il test dell’Alce) la Mercedes-Benz Classe A e questa si era ribaltata.

L’älgtest era stato messo a punto dalla motorizzazione scandinava per valutare fino a che punto le vetture fossero in grado di evitare lo scontro con alci (o altri animali selvatici) che da quelle parti attraversano frequentemente le strade e si parano all’improvviso davanti alle auto in movimento costringendo i guidatori a brusche manovre per non travolgerli.

All’epoca internet era ancora un “giocattolo” per pochi e i social media non c’erano proprio. Nonostante ciò, la notizia fece rapidamente il giro del mondo. Ad aver clamorosamente fallito era l’auto che Mercedes-Benz aveva fatto precedere da una campagna pubblicitaria su scala mondiale lanciata con oltre due anni di anticipo sull’effettiva uscita in produzione. La Stella contava con la Classe A di creare un nuovo segmento, quello delle piccole compatte di lusso. Gli ordini che piovevano da tutto il mondo le stavano dando ragione. Il test dell’Alce, che ne metteva clamorosamente in dubbio la sicurezza, era un colpo terribile all’immagine della Stella.

I dirigenti di Stoccarda non andarono tuttavia nel panico, con efficienza e perfetta organizzazione teutonica di antica tradizione: sospesero gli ordini, restituirono le caparre, ritirarono le 2.600 vetture già vendute sostituendole con altro modello o rimborsando i clienti. Interruppero la produzione finché il problema non venne risolto aggiungendo il sistema di stabilità ESP e modificando le sospensioni. La nuova Classe A, rilanciata l’anno successivo, fu la prima vettura del segmento ad essere dotata di controllo di stabilità, il resto è storia.

Da notare che la notizia fece enorme scalpore a livello mediatico – giornali e televisioni di tutto il mondo ne parlarono per giorni, ma non ebbe alcuna conseguenza sul piano economico finanziario, tantomeno ebbe ripercussioni sull’intero comparto automotive. La Mercedes-Benz assorbì il colpo e tornò ad essere leader del mercato.

Scossoni di questo genere non sono i primi ne saranno gli ultimi nella storia dell’auto. Gli esempi, anche recenti non mancano. Basta ricordare gli oltre 10 milioni di richiami della Toyota per problemi tecnici. Che dire poi del miliardo di dollari pagato da General Motors per chiudere il contenzioso incidenti, o ancora la sanzione di 100 milioni di dollari inflitta a Hyundai per aver diffuso dati errati sul consumo di carburante. La lista è lunga, ma non ha mai avuto ripercussioni al di fuori del proprio ambito, ne tanto meno suscitato interventi politici ai massimi livelli come sta invece avvenendo oggi per l’affaire Volkswagen.

Mi pare di sognare quando leggo le prese di posizione espresse dai governati di questo o quel Paese – compreso il nostro -, i crolli in Borsa che riguardano – sarebbe già grave – non soltanto il Gruppo di Wolfsburg, ma costruttori la cui unica colpa è di avere in gamma modelli diesel e che non c’entrano nulla con la querelle tra la improvvisamente Verde amministrazione USA e la Volkswagen.

Sono sconcertato nel non vedere la stampa tutta insorgere contro questa farsa, ma soffiare sul fuoco per alimentare un incendio dalle conseguenze imprevedibili, invece di investigare, come avrebbero fatto i cronisti del secolo scorso quando internet non esisteva, come mai il caso scoppia cinque mesi dopo il duro braccio di ferro che Ferdinand Piech, presidente di sorveglianza del Gruppo, ha ingaggiato con l’ex delfino Martin Winterkorn, coinvolgendo anche i membri della famiglia Porsche? Piech lo riteneva non più in grado di gestire il Gruppo. Il vecchio patriarca ha perso e ha lasciato tutte le sue cariche, ma è ancora il maggior azionista della società. Cosa ha fatto scattare l’inchiesta dell’Epa? Forse dietro tutto c’è una lotta di potere familiare?

Domande scomode che meriterebbero una risposa, ma siamo nel tempo di internet…

ultimo aggiornamento: 23-09-2015

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