Volkswagen: Winterkorn sulla graticola

Volkswagen, le gravi accuse dell’Epa, una sorta di tribunale Verde USA, di avere aggirato in modo truffaldino le norme antinquinamento provoca un terremoto finanziario. Ceo in bilico.

Come vi abbiamo raccontato nella “cronaca” presa pari pari dal Wall Street Journal che ne ha dato per primo notizia (leggi il nostro articolo) l’Epa (Eviromental Protection Agency), l’agenzia per la protezione ambientale statunitense e la Carb californiana, il Gruppo Volkswagen avrebbe deliberatamente montato su alcune vetture diesel un software in grado di modificare i dati relativi alle emissioni dei motori per aggirare le normative antinquinamento e poter così vendere le vetture sul mercato Nord americano.

Tanto è bastato per provocare uno spaventoso crollo dei titoli Volkswagen Group alla borsa di Francoforte che hanno perso in poche ore oltre il 22% , scendendo in alcune fasi delle trattative da 162 a 126 euro, bruciando 12,9 miliardi di capitalizzazione. Come dire il valore della FCA. Secondo gli analisti, l’enorme somma (18 miliardi di dollari) equivalerebbe alla ipotetica “multa” che Wolfsburg sarebbe costretta a pagare se condannata per frode dalle autorità USA.

A sconvolgere i mercati sono state anche le sibilline dichiarazioni di Martin Winterkorn, presidente del Consiglio di Amministrazione del Gruppo, che attraverso un comunicato ufficiale: pur non ammettendo la frode, ha dichiarato di prendere con estrema serietà le accuse. Di aver nominato una commissione d’indagine esterna e di essersi messo a disposizione di Washington per chiarire senza equivoci l’accaduto. Poi si è scusato con i clienti e con tutti i consumatori per l’incresciosa situazione.

Nel frattempo sono state bloccate le vendite sul mercato Nord Americano delle vetture incriminate, sia di quelle nuove che di quelle usate, anche se per il momento l’Epa non ha ordinato alcuna azione di richiamo e non ha ipotizzato l’entità delle sanzioni.

Viene spontaneo chiedersi come avrebbe reagito davanti a una simile accusa il “duro” Ferdinand Piech che pochi mesi fa aveva chiesto le dimissioni di Winterkorn non ritenendolo adatto al ruolo che lui stesso gli aveva conferito. Dopo un duro braccio di ferro con gli altri azionisti, tra cui la regione Bassa Sassonia, il potente sindacato IG Metall e soprattutto Wolfgang Porsche che rappresenta il clan familiare, il patriarca Ferdinand Piech aveva sbattuto la porta e se ne era andato.

Ora davanti allo scandalo USA sono in molti a chiedere le dimissioni dell’AD, tanto più che Winterkorn oltre ad essere il numero uno del board, ha anche la responsabilità diretta sulla ricerca e lo sviluppo, quindi sulla progettazione dell’intero Gruppo tedesco che conta ben 12 marchi. Se sapeva deve dimettersi, se non sapeva, visto il ruolo che ricopre, deve dimettersi lo stesso per evitare che l’intero Gruppo finisca fuori controllo. I membri della Famiglia che lo hanno appoggiato potrebbero ora voltargli le spalle e per Ceo non ci sarebbe scampo.

Nei prossimi giorni, o meglio nelle prossime ore il suo destino potrebbe essere segnato. Nel frattempo a tremare non è soltanto l’intera industria automobilistica tedesca, ma in generale tutti i costruttori di auto che hanno in gamma modelli diesel, messi di fronte a un inaspettato giro di vite dell’amministrazione americana, a guida democratica, sempre più “Verde” che, sull’onda dell’emotività popolare orchestrata da certi media, potrebbe dare inizio a una “caccia alle streghe” con conseguenze planetarie su una motorizzazione che è pilastro dell’industria automobilistica, in un momento in cui il mercato da finalmente incoraggianti segnali di ripresa.

ultimo aggiornamento: 21-09-2015

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