Ruth Bader Ginsburg è stata una delle figure più celebri e incisive della giustizia americana: avvocata, giurista e giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1993 fino alla morte nel 2020.
Prima ebrea a sedere nella Corte e seconda donna in assoluto, firmò diverse opinioni di maggioranza in casi destinati a lasciare il segno, che contribuirono a farne un’icona pop oltre che giuridica.
Cresciuta a Brooklyn ebbe nella madre una figura di riferimento: Celia, studentessa brillante ma costretta a rinunciare agli studi universitari perché la famiglia preferì finanziare il fratello, investì moltissimo nell’istruzione della figlia trasmettendole l’idea che la cultura fosse uno strumento di autonomia. Fu così che, nel 1954, Ruth si laureò con il miglior piazzamento tra le donne della sua classe.
Trovato lavoro, subì la prima ingiustizia venendo retrocessa perché incinta. Non si arrese e, due anni dopo, riuscì a entrare alla Harvard Law School, la migliore facoltà di legge del paese, una delle sole nove donne in una classe di circa cinquecento uomini.
Anche nella vita privata Ruth fu una donna fuori dagli schemi per l’epoca: il marito Martin, che divenne poi un celebre avvocato e un professore, dopo la nascita della figlia, si ammalò di cancro: Ruth seguì le lezioni, prese appunti anche per lui, batté a macchina i suoi elaborati e si occupò della famiglia riuscendo però a essere scelta per collaborare con la Harvard Law Review, il giornale degli studenti di Harward.
Nuovi rifiuti caratterizzarono anche l’avvio della professione di avvocata: nel 1960 la sua richiesta di praticantato alla Corte Suprema fu respinta perché era una donna. Ginsburg non si fermò, divenne docente universitaria e fondò il primo giornale giuridico americano dedicato esclusivamente ai diritti delle donne. Di lì in poi la sua vita professionale fu in gran parte dedicata a costruire, tassello dopo tassello, una strategia legale contro la discriminazione di genere.
Lo fece dapprima come avvocata, vincendo, tra il 1973 e il 1976, ben cinque cause su sei davanti alla Corte Suprema con una tattica che tutti coloro che si impegnano contro le discriminazioni dovrebbero tenere presente: invece di chiedere alla Corte di spazzare via ogni disparità in un colpo solo, puntò su norme specifiche, costruendo precedenti uno dietro l’altro.
Nel 1980, con l’espansione degli organici giudiziari e l’attenzione dell’allora presidente Jimmy Carter a includere donne e minoranze, Ginsburg entrò nella magistratura federale. La nomina alla Corte Suprema arrivò il 22 giugno 1993 per mano di Bill Clinton.

In Corte Suprema Ginsburg ha fatto la storia: l’aspetto più emblematico resta la lotta contro la discriminazione di genere e per l’affermazione dei diritti civili.
Così, nel 1996, scrisse l’opinione della Corte in “United States v. Virginia”, che dichiarò incostituzionale la politica di ammissione solo maschile del Virginia Military Institute, aprendo la strada alle donne alla carriera militare. Nel 2007, invece, divenne celebre il suo dissenso nella prima causa per discriminazione salariale intentata da una manager che aveva scoperto di esser retribuita molto meno dei colleghi di pari livello: con il suo parere, Ruth invitò apertamente il Congresso a correggere la decisione portando, nel 2009, all’emanazione del Lilly Ledbetter Fair Pay Act che ha reso più semplice vincere le cause di disparità retributiva.
Anche sull’aborto Ginsburg sostenne con coerenza i diritti riproduttivi delle donne mentre, con riguardo alla libertà religiosa, nel 2005 firmò l’opinione di maggioranza in un caso con cui la Corte stabilì che le carceri che ricevono fondi federali non possono negare ai detenuti soluzioni necessarie a praticare la loro fede.
Anche in tema di perquisizioni Ginsburg si mostrò rigorosa nel frenare intrusioni inutili, esprimendosi molto chiaramente contro i test antidroga obbligatori per gli studenti durante le attività extracurricolari: celebre il caso, del 2009, “Safford Unified School District v. Redding” relativo alla perquisizione intima di una tredicenne. In un’intervista affermò che alcuni colleghi forse non comprendevano l’impatto di una perquisizione su una ragazzina, “non sono mai stati una tredicenne”.
La malattia mentale riconosciuta come disabilità tutelata dalla legge
Sempre grazie a una sua pronuncia, un altro diritto civile venne acquisito: nel 1999 la malattia mentale venne finalmente riconosciuta come disabilità tutelata dalla legge.
Di caso in caso Ruth restò in carica fino alla morte, nonostante un cancro al pancreas in fase terminale, allenandosi con un personal trainer ex marine per reggere la fatica ma anche fuori dall’aula, la sua vita pubblica fu ricca di episodi che contribuirono al mito. Fu la prima giudice della Corte Suprema ad aver officiato un matrimonio tra persone dello stesso sesso e espresse sostegno al movimento “MeToo”, raccontando episodi personali di molestie, incluso quello di un professore di chimica a Cornell che avrebbe tentato di barattare le risposte dell’esame con sesso.
Ma ridurla a un’icona sarebbe ingiusto: la sua forza non fu solo nel risultato finale, bensì nel metodo. Ginsburg costruì cambiamenti strutturali con pazienza e precisione, scegliendo i casi uno per uno, pesando le parole, lavorando sul precedente come una leva. E anche quando non riuscì a spostare la maggioranza, seppe rendere i dissensi un messaggio al futuro: una mappa per il legislatore, per i tribunali di domani e per chi, fuori dall’aula, continua a chiedere che “giustizia” non sia uno slogan, ma una pratica quotidiana.