La storia di Lidia Macchi, studentessa di Giurisprudenza uccisa nel 1987 nei boschi di Cittiglio: il delitto, la lettera anonima e l’assoluzione definitiva di Stefano Binda.
Il nome di Lidia Macchi resta legato a uno dei casi più dolorosi e discussi della cronaca italiana. Aveva 21 anni, studiava Giurisprudenza all’Università Statale di Milano e viveva a Varese. Il 5 gennaio 1987 uscì di casa per andare a trovare un’amica ricoverata all’ospedale di Cittiglio, nel Varesotto. Da quel momento, però, di lei si persero le tracce.
Il corpo venne trovato due giorni dopo, il 7 gennaio 1987, in una zona isolata tra i boschi di Cittiglio, vicino alla sua Panda bianca. Lidia era stata colpita con 29 coltellate. La scena del ritrovamento, il luogo appartato e alcuni elementi mai chiariti trasformarono subito il caso in un mistero destinato ad attraversare decenni.

Lidia Macchi: la sera della scomparsa e il ritrovamento nei boschi
Lidia Macchi era una ragazza descritta come seria, religiosa, impegnata nello studio e nel volontariato. Frequentava ambienti cattolici e aveva una vita apparentemente lontana da situazioni pericolose. Proprio per questo, la sua morte apparve ancora più difficile da spiegare.
La sera della scomparsa aveva raggiunto l’ospedale per far visita a un’amica. Dopo quell’incontro, non tornò più a casa. Il ritrovamento del corpo nella zona del Sass Pinì, accanto all’auto, aprì una lunga indagine segnata da domande rimaste sospese: Lidia arrivò lì da sola? Fu costretta? Conosceva la persona che l’aveva attirata in quel luogo? Nessuna di queste ipotesi ha mai portato a una verità giudiziaria definitiva.
Uno degli elementi più noti del caso fu una lettera anonima, intitolata “In morte di un’amica”, arrivata alla famiglia nei giorni del funerale. Quel testo sarebbe diventato, molti anni dopo, uno dei punti centrali della riapertura dell’inchiesta.
Il processo a Stefano Binda e l’assoluzione definitiva
Nel 2016, quasi trent’anni dopo il delitto, venne arrestato Stefano Binda, ex compagno di scuola di Lidia. L’accusa puntò anche sull’attribuzione della lettera anonima, ritenuta un possibile collegamento con l’assassino. Nel 2018 Binda fu condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese.
La vicenda cambiò completamente in appello. Nel 2019, la Corte d’Assise d’Appello di Milano lo assolse con formula piena, per non aver commesso il fatto, disponendone la scarcerazione dopo oltre tre anni di detenzione. Nel 2021, la Cassazione confermò l’assoluzione, rendendola definitiva.
Da quel momento, il caso di Lidia Macchi è tornato a essere ufficialmente un omicidio senza colpevole. Rimangono la violenza subita da una giovane donna, il dolore della famiglia e una domanda ancora aperta: chi uccise Lidia quella sera di gennaio del 1987?