La storia di Vitalino Morandini, detto “il Mostro di Pontoglio”: gli omicidi tra il 1955 e il 1956, le stragi nelle cascine, l’arresto, i quattro ergastoli e il suicidio in carcere.
Il nome di Vitalino Morandini è legato a una delle vicende più oscure della cronaca italiana del dopoguerra. Nato nel 1916 ad Adrara San Rocco, in provincia di Bergamo, venne ricordato con due soprannomi opposti: da una parte “Angèl”, per la sua apparente religiosità e il carattere chiuso; dall’altra “il Mostro di Pontoglio”, nome nato dopo una serie di delitti commessi tra la Bergamasca e il Bresciano.
La sua storia criminale esplose dopo anni di piccoli furti, carcere e rancori familiari. Nel 1955, tornato in libertà, Morandini iniziò una scia di sangue che in pochi mesi avrebbe lasciato dietro di sé nove vittime accertate. In alcune ricostruzioni si parla di dieci omicidi, includendo un vecchio sospetto mai contestato formalmente: proprio per questo, il dato più prudente resta quello giudiziario, cioè nove omicidi per cui fu condannato.

Giovanni Morandini: dalla vendetta al massacro nelle cascine
Il primo delitto attribuito a Morandini fu quello del cugino Giovanni Morandini, ucciso nel novembre 1955. Secondo le ricostruzioni, il movente sarebbe stato la vendetta: Giovanni lo aveva denunciato anni prima per un furto di bestiame e denaro. Dopo l’omicidio, Vitalino cercò di far passare la morte per un incidente.
Pochi giorni dopo, la violenza si spostò nella zona di Adrara San Martino, dove una cascina venne data alle fiamme dopo l’uccisione di più persone, tra cui un bambino. A dicembre, a Grone, furono uccisi i coniugi Oberti, colpiti mentre dormivano: i figli, presenti nella casa, vennero risparmiati. Il culmine arrivò il 23 gennaio 1956 a Pontoglio, nella casa sopra una tabaccheria: Cesare Giuseppe Breno, la moglie Colomba Vignoni e la figlia Emilia furono massacrati durante una rapina notturna.
L’arresto, la frase terribile e i quattro ergastoli
Dopo la strage di Pontoglio, gli investigatori collegarono episodi che fino ad allora erano sembrati separati. Morandini venne arrestato nel marzo 1956. Le indagini recuperarono oggetti e indizi legati ai delitti, mentre le confessioni completarono il quadro di una serie di omicidi compiuti con freddezza e senza un vero rimorso.
Al processo, la sua figura colpì l’opinione pubblica per l’apparente distacco. La frase rimasta nella memoria fu pronunciata davanti ai giudici, quando gli venne chiesto cosa provasse a uccidere: “È come tirare il collo alle galline”. Riconosciuto capace di intendere e di volere, Morandini fu condannato a quattro ergastoli.
Non li scontò mai davvero. Il 10 giugno 1960, a 44 anni, si tolse la vita nel carcere di Pisa, impiccandosi con un asciugamano mentre attendeva il trasferimento. La sua vicenda resta quella di un assassino rurale, feroce e quasi dimenticato, ma centrale nella storia nera italiana: un uomo che passò dall’immagine del contadino silenzioso a quella di uno dei primi grandi serial killer italiani del Novecento.