Quantcast
Il caso Randall Dale Adams, dodici anni in carcere senza colpa
Vai al contenuto
Iscriviti alla nostra newsletter

Seguici sui nostri canali

NEWSMONDO #CANALI

Il caso Randall Dale Adams, dodici anni in carcere per un omicidio che non aveva commesso

mani di uomo in carcere dietro le sbarre

La storia di Randall Dale Adams, condannato a morte nel 1977 per l’uccisione dell’agente Robert Wood e liberato dodici anni dopo, quando emersero testimonianze false e prove nascoste dall’accusa.

Il caso di Randall Dale Adams è diventato uno degli esempi più celebri di errore giudiziario negli Stati Uniti. Nel 1977, un tribunale del Texas lo dichiarò colpevole dell’omicidio dell’agente di polizia Robert W. Wood, ucciso durante un controllo stradale a Dallas. La condanna fu accompagnata dalla pena di morte.

Adams continuò sempre a dichiararsi innocente. Sosteneva di avere trascorso parte della giornata precedente con David Ray Harris, un ragazzo di sedici anni che guidava un’automobile rubata, ma di essere tornato nel proprio motel diverse ore prima dell’uccisione. Harris fornì invece all’accusa la versione opposta, indicando Adams come l’uomo che aveva sparato.

Quella testimonianza, insieme alle dichiarazioni di alcuni presunti testimoni oculari, portò un uomo senza precedenti per reati violenti nel braccio della morte. Solo molti anni dopo emersero le contraddizioni, le identificazioni manipolate e le prove favorevoli alla difesa che non erano state consegnate agli avvocati.

Nel 1989, la Corte d’Appello penale del Texas annullò la condanna, stabilendo che Adams non aveva ricevuto un processo equo. La procura rinunciò a processarlo nuovamente e tutte le accuse vennero archiviate. Era rimasto in carcere per oltre dodici anni.

Cella carcere
Cella carcere – newsmondo.it

Caso Randall Dale Adams: il colpo di pistola durante un controllo e la testimonianza di David Harris

Nella notte del 28 novembre 1976, l’agente Robert Wood e la collega Teresa Turko fermarono un’automobile che viaggiava senza fari accesi. Quando Wood si avvicinò al lato del conducente, venne raggiunto da cinque colpi di pistola. L’auto ripartì immediatamente e la collega del poliziotto sparò contro il veicolo senza riuscire a bloccarlo.

La macchina era stata rubata da David Ray Harris, così come l’arma utilizzata per l’omicidio. Poche ore prima, Harris aveva incontrato casualmente Randall Adams, rimasto senza benzina mentre cercava lavoro a Dallas. I due trascorsero parte della giornata insieme e andarono anche in un cinema all’aperto.

Adams dichiarò che Harris lo aveva riaccompagnato al motel molto prima del controllo di polizia. Harris raccontò invece che Adams si trovava ancora con lui, era alla guida dell’auto e aveva sparato all’agente. Il sedicenne ammise di avere rubato veicolo e pistola, ma attribuì l’omicidio all’uomo conosciuto quello stesso giorno.

La sua versione presentava elementi che avrebbero dovuto alimentare dubbi. Dopo il delitto, Harris si era vantato con alcuni conoscenti di avere ucciso un poliziotto a Dallas. Quando gli investigatori scoprirono che la pistola rubata era l’arma del delitto, cambiò racconto e indicò Adams come responsabile.

Al processo intervennero anche alcuni automobilisti che dissero di avere visto Adams nel veicolo. Tra loro c’era Emily Miller, la cui identificazione divenne uno dei pilastri dell’accusa. La donna non aveva però riconosciuto Adams correttamente durante una precedente procedura e un agente le aveva indicato quale persona avrebbe dovuto scegliere.

Nel 1980, la Corte Suprema degli Stati Uniti annullò la pena di morte per le modalità incostituzionali con cui erano stati esclusi dalla giuria alcuni cittadini contrari alla pena capitale. La condanna per omicidio rimase tuttavia valida e la pena venne trasformata in detenzione a vita.

Il documentario che riaprì il caso e le prove nascoste dall’accusa

La svolta nacque dal lavoro del regista Errol Morris, che inizialmente stava svolgendo ricerche sul sistema giudiziario texano. Incontrando Adams in carcere, Morris iniziò a riesaminare testimonianze, interrogatori e contraddizioni del processo. Da quell’indagine nacque nel 1988 il documentario The Thin Blue Line.

Il film mise in discussione l’intera ricostruzione dell’accusa. Mostrò le incongruenze nelle testimonianze oculari, il passato criminale di Harris e le circostanze in cui il ragazzo aveva accusato Adams. Durante le nuove udienze, lo stesso Harris ritrattò la testimonianza resa nel 1977 e dichiarò che Adams era innocente.

L’elemento decisivo non fu però soltanto il documentario. Dagli atti emerse che l’accusa aveva nascosto alla difesa una precedente dichiarazione di Emily Miller, profondamente diversa dalla testimonianza resa in aula. La donna aveva inizialmente descritto il conducente in modo incompatibile con Adams e non aveva affermato di poterlo identificare.

La Corte stabilì inoltre che Miller aveva reso una falsa testimonianza sulla procedura di riconoscimento e che l’accusa non l’aveva corretta. Gli avvocati di Adams non avevano quindi potuto contestare efficacemente la principale testimone che lo collocava sulla scena del delitto. Secondo i giudici, la soppressione di quelle informazioni aveva compromesso l’intero processo.

Il 1° marzo 1989, la Corte d’Appello penale del Texas annullò all’unanimità la condanna e concesse un nuovo processo. Adams venne liberato su cauzione il 20 marzo. Tre giorni dopo, il procuratore distrettuale di Dallas ritirò tutte le accuse, dichiarando che non esistevano prove sufficienti per sottoporlo nuovamente a giudizio.

David Harris non venne mai processato per la morte di Robert Wood. Fu successivamente condannato a morte per un diverso omicidio commesso nel 1985 e giustiziato nel 2004. Adams, invece, non ricevette alcun risarcimento dal Texas perché la sua liberazione non era stata accompagnata da una grazia formale del governatore.

Dopo il ritorno in libertà si impegnò contro la pena capitale e raccontò la propria esperienza nel libro Adams v. Texas. Morì il 30 ottobre 2010, a 61 anni, per un tumore cerebrale. Il suo caso resta una dimostrazione concreta di come testimonianze false, identificazioni scorrette e prove sottratte alla difesa possano portare un innocente fino alla soglia dell’esecuzione.

Leggi anche
Momenti di paura: crolla parte del palazzo del tribunale in ristrutturazione

Riproduzione riservata © 2026 - NM

ultimo aggiornamento: 15 Luglio 2026 9:58

Momenti di paura: crolla parte del palazzo del tribunale in ristrutturazione

nl pixel