Il 12 agosto 2000 il sottomarino nucleare russo Kursk affondò nel Mare di Barents dopo due esplosioni. Morirono tutte le 118 persone a bordo.
Il 12 agosto 2000, il sottomarino nucleare russo K-141 Kursk affondò nel Mare di Barents durante una grande esercitazione della Flotta del Nord. A bordo si trovavano 118 militari e tecnici: nessuno sopravvisse. Il relitto si adagiò sul fondale a circa 108 metri di profondità , trasformando una dimostrazione della potenza navale russa in una tragedia nazionale.

Sottomarino Kursk: le esplosioni nella camera dei siluri
La conclusione ufficiale dell’inchiesta russa attribuì il disastro alla perdita di perossido di idrogeno ad alta concentrazione da un siluro da esercitazione sistemato nella parte anteriore. La sostanza entrò in contatto con altri materiali e provocò una prima esplosione nella camera di lancio.
Poco più di due minuti dopo, il calore e l’incendio causarono la detonazione di altri siluri. La seconda esplosione devastò la prua, attraversò diversi compartimenti e uccise immediatamente gran parte delle persone a bordo. Le ipotesi iniziali di una collisione con un sottomarino straniero o dell’impatto con una mina non furono confermate dall’indagine conclusiva.
I 23 sopravvissuti e il fallimento dei soccorsi
Almeno 23 uomini superarono le esplosioni e si raccolsero nel nono compartimento, nella zona posteriore. La prova principale è un messaggio scritto dal capitano di corvetta Dmitrij Kolesnikov, nel quale erano elencati i marinai ancora vivi. Il documento dimostrò che non tutti erano morti nell’impatto iniziale, ma non permise di stabilire con certezza per quanto tempo sopravvissero.
Nel compartimento buio e allagato, un generatore chimico di ossigeno entrò in contatto con l’acqua e provocò un incendio improvviso. Alcuni uomini morirono per le ustioni, mentre gli altri rimasero senza ossigeno respirabile. Non è stato dimostrato che un intervento straniero immediato avrebbe certamente potuto salvarli, perché l’orario esatto della loro morte resta controverso.
I mezzi russi tentarono ripetutamente di agganciarsi al portello di emergenza, senza riuscirci. L’assistenza britannica e norvegese venne accettata soltanto dopo diversi giorni. Il 21 agosto, sommozzatori norvegesi aprirono il portello posteriore e trovarono il compartimento allagato, senza segni di vita. I ritardi, le informazioni contraddittorie e la gestione delle offerte straniere provocarono forti critiche contro la Marina e il governo di Vladimir Putin.
Nell’ottobre 2001, quasi tutto il relitto venne sollevato dal fondale e trasferito in un bacino vicino a Murmansk. Le rilevazioni non mostrarono perdite radioattive dai due reattori nucleari. Nel 2002 l’indagine penale venne chiusa attribuendo la catastrofe al siluro difettoso, senza individuare persone penalmente responsabili.