Luciano Re Cecconi, campione d’Italia con la Lazio, fu ucciso nel 1977 dal proprietario di una gioielleria. Il presunto scherzo e l’assoluzione restano controversi.
La sera del 18 gennaio 1977, il calciatore della Lazio Luciano Re Cecconi venne colpito mortalmente all’interno di una gioielleria di Roma. Aveva 28 anni ed era stato uno dei protagonisti del primo Scudetto biancoceleste, conquistato nella stagione 1973-1974 sotto la guida di Tommaso Maestrelli. Il gioielliere che sparò venne assolto perché i giudici ritennero che avesse agito nell’erronea convinzione di trovarsi davanti a una vera rapina.

Re Cecconi: lo sparo nella gioielleria
Re Cecconi si trovava nella zona romana della Collina Fleming insieme al compagno di squadra Pietro Ghedin e all’amico Giorgio Fraticcioli. Quest’ultimo doveva consegnare alcuni prodotti nella gioielleria di Bruno Tabocchini, situata in via Francesco Saverio Nitti, e i due calciatori lo accompagnarono all’interno del negozio.
Secondo la ricostruzione accolta nel processo, Re Cecconi avrebbe simulato una rapina per scherzo. Tabocchini, che non riconobbe il calciatore, interpretò la situazione come una minaccia reale e sparò un colpo con una pistola calibro 7,65, colpendolo al torace. Re Cecconi venne trasportato all’ospedale San Giacomo, dove morì poco dopo.
Nella valutazione dei giudici ebbe importanza anche il contesto nel quale maturò la tragedia. Le rapine ai danni delle gioiellerie erano frequenti e Tabocchini aveva già subito un precedente assalto nel proprio esercizio. Il tribunale ritenne quindi che il commerciante si fosse erroneamente, ma concretamente, convinto di trovarsi davanti a un pericolo reale.
L’assoluzione e i dubbi sul presunto scherzo
Tabocchini venne arrestato e accusato di eccesso colposo di legittima difesa. Il processo si concluse il 4 febbraio 1977, appena 18 giorni dopo la morte del calciatore. Il gioielliere venne assolto perché il tribunale riconobbe la legittima difesa putativa: aveva cioè sparato credendo, erroneamente, di reagire a una rapina realmente in corso. La Procura di Roma non presentò appello e la sentenza divenne definitiva.
Negli anni successivi, tuttavia, familiari, amici e giornalisti hanno contestato la ricostruzione secondo cui Re Cecconi avrebbe deliberatamente inscenato una rapina. In particolare, sono emerse versioni discordanti sulle parole pronunciate al momento dell’ingresso nella gioielleria e sul comportamento dei tre uomini.
Pietro Ghedin, presente al momento dello sparo, sostenne in successive ricostruzioni di non avere sentito Re Cecconi pronunciare una frase relativa a una rapina. Altre interpretazioni hanno ipotizzato che fosse stata pronunciata una frase diversa o indistinta, oppure che il colpo fosse partito accidentalmente mentre Tabocchini spostava l’arma. Si tratta però di ricostruzioni successive e controverse, che non hanno prodotto una revisione giudiziaria del caso.
Rimane quindi necessario distinguere tra la verità giudiziaria, secondo la quale Tabocchini agì in stato di legittima difesa putativa, e i dubbi storici sulla dinamica precedente allo sparo. È certo che il gioielliere esplose il colpo che uccise Re Cecconi; continua invece a essere discussa la versione secondo cui il calciatore avrebbe realmente simulato una rapina.