Un nuovo capitolo legato a Silvio Berlusconi e i presunti rapporti con la mafia. La testimonianza di Giovanni Brusca e la replica della famiglia del Cav.
Le stragi di mafia del 1992 e del 1993 avrebbero potuto rappresentare, nelle intenzioni di Cosa Nostra, uno strumento con una precisa funzione politica. A riferirlo è stato il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, ascoltato in collegamento da una località segreta durante il processo a Salvatore Baiardo, imputato a Firenze per calunnia aggravata nei confronti del giornalista Massimo Giletti e dell’ex sindaco di Cesara, Giancarlo Ricca. La testimonianza ha riacceso i riflettori su Silvio Berlusconi e i presunti rapporti con la mafia provocando l’immediata reazione della famiglia del Cavaliere.

Berlusconi e la testimonianza di Brusca
Secondo quanto raccontato da Brusca, l’organizzazione mafiosa avrebbe voluto utilizzare gli attentati anche come una sorta di leva politica, facendoli apparire come se fossero stati suggeriti dalla sinistra. L’obiettivo, stando alla sua deposizione, sarebbe stato quello di favorire la discesa in campo di Silvio Berlusconi.
La testimonianza si inserisce nel procedimento sulle dichiarazioni di Baiardo, accusato di aver sostenuto e favorito la tesi di un presunto “patto stragista” tra Cosa Nostra e la nascente Forza Italia. Il processo prevede altri passaggi testimoniali di rilievo: tra questi è attesa la deposizione di Giuseppe Graviano, ex esponente di vertice di Cosa Nostra condannato per le stragi mafiose degli anni Novanta.
Brusca ha inoltre riferito dei rapporti e dei colloqui con Leoluca Bagarella, soffermandosi sui tentativi dell’organizzazione di avvicinare Berlusconi attraverso Vittorio Mangano. Il pentito ha raccontato che Mangano era stato contattato per ricevere l’incarico di raggiungere l’imprenditore.
Mangano avrebbe poi comunicato di aver avuto un contatto con Berlusconi, direttamente oppure attraverso Marcello Dell’Utri o altri canali, riferendo che il futuro presidente del Consiglio avrebbe ringraziato e promesso di dare una mano.
Secondo Brusca, a Berlusconi sarebbe stata inviata anche una minaccia velata: in assenza di sostegno, Cosa Nostra avrebbe potuto organizzare altri attentati con l’obiettivo di metterlo politicamente in difficoltà .
I rapporti economici e l’orologio
Il collaboratore ha infine precisato di non sapere nulla dei rapporti economici e patrimoniali di Berlusconi precedenti al 1993, riferendo di aver appreso solo successivamente dagli altri boss di investimenti con altri soggetti. Ha invece detto che Berlusconi e le sue imprese pagavano il pizzo.
Da sottolineare un altro dettaglio raccontato da Brusca. I boss di Cosa Nostra, dopo l’arresto di Leoluca Bagarella, nel 1995, si incontrarono e “durante una partita a poker, un pokerino, Messina Denaro ci disse che Giuseppe Graviano aveva visto al polso di Silvio Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. la prima volta che io sento di questo contatto con Berlusconi”, ha ricordato ancora Brusca. “Io sono appassionato di orologi e l’argomento mi è venuto facile crederlo. Il discorso c’è stato quando ci siamo messi a parlare dei nostri orologi”.
La replica della famiglia del Cav
A seguito della testimonianza emersa di Brusca, la famiglia Berlusconi ha voluto replicare con forza alle accuse: “Trovo intollerabile che, ancora oggi, le inverosimili e ridicole affermazioni di persone che si sono macchiate dei delitti più efferati – e che oggi parlano addirittura da uomini liberi – vengano utilizzate per alimentare l’ennesima damnatio memoria e contro mio padre”, ha fatto sapere Barbara Berlusconi. E ancora: “Il processo Baiardo si è trasformato in un processo bis sulle stragi del ’93-’94, riesumando accuse contro Berlusconi e Dell’Utri già archiviate. Una vicenda giudiziaria semplicemente surreale. Mio padre non può più difendersi. Proprio per questo continueremo a farlo noi, ogni volta che sarà necessario”.
“L’inattendibilità delle dichiarazioni di Brusca a proposito di Dell’Utri e Berlusconi è già stata accertata in altre precedenti sentenze”, ha fatto sapere, invece, Giorgio Perroni, legale della famiglia Berlusconi, in merito alle affermazioni dell’ex boss.