La storia di Callisto Grandi, detto “Carlino” e ricordato come “l’ammazzabambini”: quattro piccoli uccisi tra il 1873 e il 1875, un quinto bambino salvato e un processo che divise giustizia, psichiatria e opinione pubblica.
Il nome di Callisto Grandi appartiene a una delle pagine più inquietanti della cronaca italiana dell’Ottocento. Nato a Incisa in Val d’Arno nel 1849, era un artigiano, riparatore di carri, conosciuto in paese anche come “Carlino”. La sua figura rimase legata per sempre a un soprannome terribile: “l’ammazzabambini”.
Tra il 1873 e il 1875, nel piccolo centro toscano, scomparvero quattro bambini: Luigi Bonechi, Arturo Degli Innocenti, Fortunato Paladini e Angelo Martelli. In un primo momento, alcune sparizioni vennero attribuite a incidenti, forse a cadute nell’Arno. Solo dopo il tentato omicidio di un quinto bambino, Amerigo Turchi, il paese comprese che dietro quelle assenze c’era una verità molto più spaventosa.

Callisto Grandi: le sparizioni e la bottega di “Carlino”
Il punto di svolta arrivò il 29 agosto 1875. Amerigo Turchi, 9 anni, entrò o fu attirato nella bottega di Grandi. Le sue grida vennero sentite da alcune persone vicine, che diedero l’allarme. Quando si riuscì a intervenire, il bambino era ferito ma vivo. Il suo racconto portò gli investigatori a guardare dentro quel luogo che fino ad allora era sembrato soltanto la bottega di un artigiano del paese.
Durante la perquisizione furono trovati i resti dei quattro bambini scomparsi. Erano sepolti nella bottega. La spiegazione di Grandi fu agghiacciante nella sua semplicità: disse di aver agito per vendetta, perché i bambini lo deridevano per il suo aspetto fisico e per le sue deformità. Una motivazione che non attenua l’orrore, ma mostra quanto il caso fosse destinato a diventare anche terreno di discussione medica e giudiziaria.
Il processo, Lombroso e la condanna
Il processo si aprì a Firenze nel dicembre 1876. Il caso non fu soltanto una vicenda criminale: diventò uno scontro tra magistratura, psichiatria nascente e opinione pubblica. I periti discussero la capacità di Grandi di intendere e di volere. La difesa puntava sulla sua condizione mentale, mentre la giuria lo ritenne responsabile di delitti commessi con lucidità e premeditazione.
Il 29 dicembre 1876, Callisto Grandi venne condannato a vent’anni di lavori forzati. Cesare Lombroso contestò pubblicamente la sentenza, sostenendo che l’uomo dovesse essere internato in manicomio criminale e non trattato come un detenuto comune.
Dopo la detenzione alle Murate di Firenze, Grandi fu trasferito nel 1895 all’ospedale psichiatrico di San Salvi, dove morì nel 1911. La sua storia resta una delle più cupe della cronaca italiana pre-novecentesca: quattro bambini uccisi, un quinto salvato all’ultimo momento e un processo che mostrò quanto fosse fragile, allora, il confine tra crimine, follia e responsabilità penale.