Carlo Verdone chiarisce la sua posizione sull’appello Pro Pal firmato alla Mostra di Venezia e prende le distanze dall’esclusione di Gal Gadot e Gerard Butler.
Nel pieno delle tensioni che agitano il mondo del cinema durante la Mostra del Cinema di Venezia, Carlo Verdone interviene al Corriere della Sera per smarcarsi da un’iniziativa Pro Pal che rischia di travisare il senso originario della sua adesione. Dopo lo scontro tra Selvaggia Lucarelli ed Emanuela Fanelli, l’attenzione si concentra ora sul caso legato all’appello firmato da oltre 1.500 artisti contro la presenza di Gal Gadot e Gerard Butler al Lido.

“Mi hanno messo in mezzo”: la precisazione di Carlo Verdone
Il regista e attore romano ha chiarito al Corriere della Sera, come riportato da Libero Quotidiano, la sua posizione: “Diciamo la verità, mi hanno messo in mezzo“, spiegando di aver firmato un appello su richiesta di Silvia Scola, figlia del regista Ettore Scola.
L’iniziativa, come gli era stata presentata, mirava a condannare “quello che sta accadendo a Gaza, che va condannato in tutti i modi, nell’ambito della Mostra, manifestando a una platea ampia la sensibilità del cinema, che non è chiuso nell’indifferenza“.
Successivamente, però, i promotori “pro Palestina” hanno inserito i nomi di Gal Gadot e Gerard Butler, due attori ritenuti vicini a Israele: la prima per aver abbracciato gli ostaggi liberati da Hamas, il secondo per aver partecipato anni fa a un evento di raccolta fondi per l’Idf.
“Gadot e Butler non c’erano sotto quello che ho sottoscritto“, ha ribadito Carlo Verdone, sottolineando come la sua adesione sia stata fraintesa. “Forse da parte mia c’è stato un attimo di superficialità, sai come vanno queste cose, ti dicono ha già firmato questo e quello…“, aggiunge.
“Escludere non è cultura”
Carlo Verdone ha espresso con fermezza la sua contrarietà all’idea di boicottare artisti per motivi politici o ideologici: “Non sono d’accordo nell’escludere gli artisti“. Ha ricordato il caso dei tennisti russi esclusi dalle competizioni internazionali all’inizio del conflitto in Ucraina: “Ma cosa c’entravano loro? Sono sportivi, non militari né politici, giocano a tennis“.
Secondo il regista, “un festival è un tavolo di confronto, di tolleranza e di libertà. Questo invece significa censurare“. Pur riconoscendo la gravità di quanto accade a Gaza, ribadisce che la cultura non può diventare uno strumento di esclusione. “Io sull’esclusione non ci sto“, spiega.
Commentando la manifestazione prevista dal movimento Venice4Palestine davanti al Palazzo del Cinema, ha concluso: “La facessero, per carità, non contesto nulla. La cultura non dev’essere un’arma, escludere non è cultura“.