Nel 1998 un curry servito durante una festa di quartiere a Wakayama fu contaminato con arsenico: quattro persone morirono e 63 si ammalarono. Masumi Hayashi fu condannata a morte, ma continua a proclamarsi innocente.
Il 25 luglio 1998, durante una festa estiva nel quartiere Sonobe di Wakayama, in Giappone, decine di persone si sentirono male dopo aver mangiato del curry preparato dagli abitanti. Quattro persone, tra cui due bambini, morirono e altre 63 rimasero intossicate. Le analisi stabilirono che nel cibo era stata versata una quantità elevata di arsenico.

I sospetti su Masumi Hayashi e le prove circostanziali
L’indagine si concentrò progressivamente su Masumi Hayashi, ex agente assicurativa che viveva vicino al luogo della festa. Suo marito Kenji aveva lavorato nella disinfestazione e nella loro cerchia familiare era stato utilizzato arsenico.
Secondo l’accusa, Hayashi aveva avuto l’opportunità di restare da sola a sorvegliare le pentole di curry per un certo periodo. Arsenico venne inoltre rinvenuto nella sua abitazione e su un bicchiere di carta recuperato dagli investigatori.
Hayashi fu inizialmente arrestata nell’ottobre 1998 per vicende separate riguardanti avvelenamenti e frodi assicurative. Il 9 dicembre ricevette formalmente il mandato di arresto anche per la strage del curry.
Il caso presentava però una caratteristica destinata ad alimentare controversie: non esistevano testimoni che l’avessero vista versare il veleno, non vi fu una confessione e non venne mai stabilito con chiarezza un movente per l’attacco indiscriminato alla festa.
La condanna a morte e i dubbi sul caso
Nel dicembre 2002, il tribunale distrettuale di Wakayama dichiarò Hayashi colpevole degli omicidi e degli avvelenamenti, condannandola a morte. La sentenza si basò su un insieme di prove indiziarie, comprese le analisi che collegavano l’arsenico trovato nel curry a quello disponibile nell’ambiente familiare.
La Corte d’Appello di Osaka confermò la condanna nel 2005. Nel 2009, anche la Corte Suprema giapponese respinse il ricorso con decisione unanime, rendendo definitiva la pena capitale.
Hayashi ha sempre negato di aver contaminato il curry. Negli anni successivi la difesa ha contestato alcune analisi scientifiche utilizzate al processo e chiesto la riapertura del procedimento. Nel 2020 l’Alta Corte di Osaka respinse una richiesta di revisione.
Il caso continua comunque a essere discusso in Giappone proprio per l’assenza di una confessione, di una prova diretta e di un movente chiaramente accertato. La condanna giudiziaria di Masumi Hayashi resta valida, mentre la sua famiglia e i sostenitori continuano a sostenere la necessità di un nuovo processo.