Curtis McCarty è diventato uno dei casi più noti di errore giudiziario negli Stati Uniti: accusato per l’omicidio di Pamela Kaye Willis.
Il caso di Curtis McCarty è l’emblema di quelle tristi vicende giudiziarie che lasciano il segno, dimostrando come un’esistenza possa essere rovinata da accuse che solo a distanza di tempo si rivelano totalmente infondate. Il suo nome è legato al caso dell’omicidio di Pamela Kaye Willis, 18 anni, trovata morta a Oklahoma City il 10 dicembre 1982 nella casa in cui si trovava.
La giovane era stata trovata nuda, accoltellata e strangolata. McCarty, che la conosceva, finì presto tra i sospettati, ma la sua vicenda sarebbe diventata negli anni uno dei più gravi casi di condanna ingiusta legati al braccio della morte negli Stati Uniti.
L’omicidio di Pamela Kaye Willis e le prove finite sotto accusa
All’inizio delle indagini, un’analista forense della polizia di Oklahoma City, Joyce Gilchrist, aveva escluso che i capelli trovati sulla scena del crimine fossero compatibili con quelli di McCarty. Secondo la ricostruzione emersa in seguito, anni dopo quella valutazione venne cambiata e al processo la stessa analista sostenne invece che quei reperti potessero essere attribuiti a lui.
L’accusa fece leva anche su altri elementi biologici presentati alla giuria come compatibili con McCarty, e nel 1986 arrivò la prima condanna a morte. In seguito, però, i giudici e la difesa avrebbero ricostruito un quadro segnato da cattiva scienza forense, irregolarità investigative e condotte scorrette nella gestione delle prove.

La vicenda non si fermò lì. La prima condanna venne annullata, McCarty fu processato di nuovo nel 1989 e tornò nel braccio della morte. Poi arrivò un nuovo procedimento sulla pena e una terza sentenza capitale nel 1996. Nel frattempo, però, il caso aveva iniziato a incrinarsi sempre di più. Quando vennero eseguiti nuovi test genetici, il seme recuperato sul corpo della vittima risultò non appartenere a McCarty.
Successivamente, anche il materiale trovato sotto le unghie della ragazza e una traccia insanguinata lasciata sul suo corpo indicarono un uomo diverso. Parallelamente emerse anche il peso della condotta di Gilchrist, poi licenziata dopo indagini interne per frodi e irregolarità in più casi.
La scarcerazione nel 2007 e il caso diventato simbolo di malagiustizia
La svolta definitiva arrivò nel 2005, quando la Corte d’appello penale dell’Oklahoma annullò di nuovo la condanna, parlando di un procedimento ormai compromesso dalla cattiva gestione delle prove e dal comportamento scorretto degli organi investigativi. A quel punto si andava verso un terzo processo, ma il quadro accusatorio era ormai crollato. L’11 maggio 2007 il giudice dispose l’archiviazione del caso e McCarty venne liberato. Secondo l’Innocence Project, aveva trascorso oltre 21 anni in carcere, di cui 19 nel braccio della morte.
È anche per questo che il nome di Curtis McCarty continua a tornare quando si parla dei grandi errori giudiziari americani. La sua storia unisce tutti gli elementi più pesanti di questi casi: un omicidio feroce, una condanna capitale ripetuta più volte, prove forensi poi smontate e un uomo rimasto per anni a un passo dall’esecuzione prima che il DNA e le irregolarità emerse nell’inchiesta ribaltassero tutto.