Il giallo del delitto di Garlasco a teatro grazie al lavoro di Giuseppe Brindisi con lo spettacolo ‘Potresti essere tu’. Cosa lo ha spinto a questa iniziativa.
Sono veramente parecchi gli aspetti legati al giallo del delitto di Garlasco e all’omicidio Chiara Poggi che stanno coinvolgendo diversi personaggi. Se la consulenza psichiatrica richiesta per Andrea Sempio ha portato Vittorio Feltri ad un duro commento, ecco come l’intero caso, per come si è svolto negli anni, ha condotto Giuseppe Brindisi, noto conduttore e giornalista, a portare il fatto addirittura a teatro con lo spettacolo ‘Potresti essere tu’ che si concentra soprattutto su quanto vissuto da Alberto Stasi, condannato per l’uccisione della povera Chiara.

Delitto di Garlasco: il caso a teatro con Giuseppe Brindisi
Come anticipato, il giallo di Garlasco è arrivato in teatro con l’evento dal titolo ‘Potresti essere tu’, in scena all’Arcimboldi di Milano il 4 giugno, condotto dal giornalista Giuseppe Brindisi. Con lui, per lo spettacolo, anche il giornalista e scrittore Umberto Brindani, l’avvocato penalista Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, e Alessandro De Giuseppe, giornalista e inviato de Le Iene.
In una intervista a Libero, Brindisi ha spiegato come mai, a detta sua, il giallo di Garlasco interessi così tanto gli italiani: “Come dico nel titolo del monologo ‘Potresti essere tu’, gli italiani sono appassionati del genere crime e catalizzati dal biondino con gli occhi di ghiaccio ma credo perché si ha la sensazione di essere di fronte ad una storia che potrebbe capitare a ciascuno di noi. Restare incastrato in un meccanismo infernale che porta ad essere condannato ingiustamente per un delitto che potresti non aver commesso, questo caso specifico, viene amplificato dai social con tutti i suoi eccessi e derive sbagliate. Abbiamo tanta gente che si è messa a studiare le carte, ma anche molti che non avendo conoscenza hanno raccontano fesserie”, ha detto Brindisi a Libero.
La visione personale di Brindisi e la scoperta
Lo stesso giornalista ha spiegato come inizialmente lui non fosse così interessato alla vicenda ma poi la sua visione è radicalmente cambiata: “Questa è un’inchiesta che non mi aveva particolarmente impressionato, fino a quando un anno e 3 mesi fa l’hanno riaperta. Conducevo Zona Bianca, ho cominciato a leggere le carte scoprendo che si tratta di un caso di mala giustizia“.
Brindisi ha quindi aggiunto: “Alberto Stasi è stato ritenuto colpevole, e io credo che non lo sia, e condannato secondo quella che non è la formula prevista dalla nostra Costituzione e dal Codice di Procedura Penale, articolo 335. La condanna deve arrivare quando si è andati oltre il ragionevole dubbio. Abbiamo sette indizi uno più flebile dell’altro […]”.
Sempre il giornalista ha poi fornito un parere personale: “Stasi era il colpevole più semplice, più facile. L’indifendibile. Credo che l’inchiesta nei primi giorni sia andata nella giusta direzione, poi però a un certo punto c’è stata la comodità di avere un dato a portata di mano e quindi sono state scartate tutte le altre ipotesi. L’impronta 33, che viene tanto discussa oggi, secondo la procura è la pistola fumante. Secondo la difesa invece dà miliardi di problemi”.
Ad influire, soprattutto all’inizio delle indagini, sul pensiero comune su Stasi, secondo Brindisi, è stato anche il carattere del ragazzo: “Se ci ho parlato? Non moltissimo perché lui ha una caratteristica, che sotto certi aspetti è il suo limite per altri probabilmente è quello che lo ha salvato da chissà quale gesto inconsulto. È una persona, tra virgolette, fredda. Ragiona, non si fa sopraffare dalle emozioni. E ciò ha contribuito a dare di lui un’immagine sbagliata ma che probabilmente lo ha salvato. Io non avrei resistito così tanto tempo in carcere sapendo di essere innocente”.