Gennady Mikhasevich fu uno degli assassini seriali più feroci dell’ex Unione Sovietica: tra il 1971 e il 1985 uccise almeno 36 donne nella regione di Vicebsk, prima dell’arresto e della condanna a morte.
Quella di Gennady Mikhasevich è una vicenda emblematica: non mette in luce soltanto la ferocia omicida, ma evidenzia soprattutto i gravi limiti e gli errori delle indagini condotte all’epoca. Conosciuto come lo strangolatore di Vicebsk, colpì per anni nella Bielorussia sovietica, tra Vicebsk, Polack e le zone rurali vicine, lasciando dietro di sé una lunga scia di donne uccise.
Tra il 1971 e il 1985 gli vennero attribuiti almeno 36 omicidi accertati, anche se lui confessò un numero più alto di delitti e il bilancio reale è stato spesso considerato ancora più pesante. Per molto tempo riuscì a nascondersi dietro un’immagine normale: lavoratore, padre di famiglia, membro del Partito Comunista e persino volontario coinvolto nelle attività di controllo del territorio.

Gennady Mikhasevich: gli omicidi e la doppia vita dello strangolatore di Vicebsk
Il primo omicidio risale al maggio 1971. Secondo le ricostruzioni, Mikhasevich iniziò a uccidere dopo una delusione sentimentale, quando scoprì che la fidanzata lo aveva lasciato. Da quel momento la violenza divenne una ripetizione sempre più cupa.
Le vittime erano soprattutto donne sole, spesso incontrate lungo strade, fermate dei mezzi o luoghi isolati. Mikhasevich le attirava lontano da occhi indiscreti, le aggrediva e poi le uccideva quasi sempre per strangolamento o soffocamento. In diversi casi abusò delle vittime e portò via denaro, oggetti personali o piccoli beni, alcuni dei quali sarebbero poi stati ritrovati nella sua disponibilità.
Con il passare degli anni cambiò anche modo di agire. Cominciò a usare un’auto, una Zaporozhets rossa, offrendo passaggi e sfruttando l’apparenza di uomo tranquillo per avvicinare le donne. Proprio quell’auto sarebbe diventata uno degli elementi osservati dagli investigatori quando iniziarono a collegare tra loro i delitti.
La parte più inquietante della sua storia è che Mikhasevich partecipò anche ad attività di supporto alle ricerche, finendo di fatto a conoscere dall’interno alcune mosse degli investigatori. Mentre la polizia cercava il responsabile, lui continuava a vivere accanto agli altri come un cittadino apparentemente rispettabile.
Gli innocenti accusati, la lettera e l’arresto
Il caso Mikhasevich è rimasto famoso anche per gli errori giudiziari. Prima della sua cattura, diverse persone innocenti furono accusate o condannate per delitti che non avevano commesso. Alcune scontarono anni di carcere, e nelle ricostruzioni del caso si parla anche di condanne a morte legate a omicidi poi attribuiti allo strangolatore di Vicebsk.
La svolta arrivò quando Mikhasevich cercò di depistare le indagini inviando lettere anonime a nome di una presunta organizzazione chiamata “Patrioti di Vicebsk”. Quelle lettere, invece di proteggerlo, diventarono il suo errore decisivo. Gli investigatori avviarono un enorme confronto calligrafico su centinaia di migliaia di campioni, fino a individuare una somiglianza con la sua scrittura.
Il 9 dicembre 1985 venne arrestato. Stava cercando di allontanarsi con la famiglia e aveva già preparato i bagagli. Nella sua casa furono trovati oggetti appartenuti ad alcune vittime. Dopo un primo tentativo di negare tutto, confessò numerosi omicidi.
Dichiarato capace di intendere e di volere, Gennady Mikhasevich venne condannato a morte e fucilato nel 1987. La sua storia resta una delle più nere della cronaca sovietica: non solo per il numero delle donne uccise, ma perché per anni un assassino continuò a colpire mentre innocenti finivano sotto accusa al posto suo.