La storia di Gianfranco Stevanin, il serial killer veronese noto come Mostro di Terrazzo: l’arresto del 1994, i corpi trovati nei terreni, il processo e l’ergastolo.
Gianfranco Stevanin è uno dei nomi più inquietanti della cronaca nera italiana degli anni Novanta. Agricoltore di Terrazzo, in provincia di Verona, fu indicato come il “Mostro di Terrazzo” dopo il ritrovamento di corpi e resti umani nei terreni legati alla sua famiglia. Dietro l’immagine di un uomo apparentemente ordinario, gli investigatori scoprirono un archivio fatto di fotografie, schede, oggetti personali e tracce che portarono alla luce una lunga sequenza di violenze e omicidi.
La sua storia giudiziaria cominciò quasi per caso, nel novembre 1994, quando una donna riuscì a sfuggirgli e a chiedere aiuto. Quella fuga aprì una breccia in un mondo rimasto nascosto per anni e portò gli inquirenti dentro il casolare di Terrazzo, dove emersero elementi sempre più gravi.

Gianfranco Stevanin: l’arresto del 1994 e la scoperta del casolare
Il 16 novembre 1994 Stevanin venne fermato dopo la denuncia di una donna che raccontò di essere stata sequestrata e violentata. In un primo momento il caso sembrò quello di un aggressore sessuale. Le perquisizioni, però, cambiarono tutto: nella sua abitazione e nel casolare furono trovate migliaia di fotografie, schede sulle donne incontrate, oggetti personali e materiali che spinsero gli investigatori a cercare collegamenti con alcune scomparse.
Nel 1995 iniziarono i ritrovamenti nei terreni della zona. Vennero recuperati resti umani e poi identificati alcuni corpi, tra cui quelli di Biljana Pavlovic, Claudia Pulejo e Blazenka Smolijo. Nelle ricostruzioni del caso compare anche il nome di Roswita Adlassnig, donna austriaca scomparsa nel 1993 e collegata a Stevanin, anche se il suo corpo non è mai stato ritrovato.
Il processo, l’ergastolo e la questione della capacità mentale
Uno dei punti centrali del processo fu la capacità di intendere e di volere. La difesa collegò i comportamenti di Stevanin anche ai postumi di un grave incidente avuto da giovane, mentre le perizie e le valutazioni giudiziarie attraversarono fasi contrastanti. In primo grado arrivò l’ergastolo; in appello, per un periodo, l’imputato venne ritenuto incapace di intendere e di volere. La Cassazione annullò quella decisione e il caso tornò davanti ai giudici.
Alla fine, la condanna all’ergastolo divenne definitiva. Stevanin venne riconosciuto capace di intendere e di volere e rimase detenuto, passando poi anche dal carcere di Bollate. Negli anni successivi il suo nome è tornato più volte nelle cronache per richieste di nuove perizie e possibili benefici penitenziari, sempre accompagnate da forti polemiche.
Il caso Stevanin resta una pagina durissima della cronaca italiana: non solo per la violenza dei delitti, ma per il modo in cui vennero scoperti, quasi per caso, grazie alla fuga di una donna sopravvissuta. Una vicenda fatta di corpi nascosti, vite cancellate e un processo che ha ruotato a lungo intorno alla domanda più difficile: quanto era lucido il “Mostro di Terrazzo” mentre uccideva?