Giorgiana Masi fu uccisa a Roma il 12 maggio 1977 durante una manifestazione radicale nel centro della Capitale. Il suo omicidio non ha mai avuto un colpevole.
Il nome di Giorgiana Masi appartiene a quella categoria di memorie che rimarranno per sempre legate a una ricorrenza indelebile. Studentessa romana, appena diciottenne, venne uccisa il 12 maggio 1977 durante una giornata di scontri nel centro di Roma, mentre era in corso una manifestazione promossa dai Radicali per ricordare l’anniversario del referendum sul divorzio e raccogliere firme per nuovi referendum.
Quella che doveva essere una giornata politica e pubblica diventò in poche ore un campo di tensione. Il centro storico venne attraversato da cariche, lacrimogeni, barricate e colpi d’arma da fuoco. Alla fine, nei pressi di Ponte Garibaldi e piazza Gioacchino Belli, Giorgiana cadde a terra colpita da un proiettile. Morì poco dopo in ospedale. Il suo assassino non è mai stato identificato.

Giorgiana Masi: la manifestazione del 12 maggio e lo sparo vicino a Ponte Garibaldi
Il clima politico di quei mesi era già durissimo. Roma viveva una stagione di piazze blindate, tensioni tra movimenti e forze dell’ordine, divieti di manifestare e paura crescente. Il 12 maggio, nonostante il divieto imposto dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga, molti giovani si ritrovarono comunque nel centro della Capitale.
Nel corso della giornata gli scontri si estesero tra piazza Navona, Campo de’ Fiori, corso Vittorio, Trastevere e Ponte Garibaldi. La situazione diventò sempre più confusa. Giorgiana Masi si trovava con il fidanzato Gianfranco Papini nella zona di piazza Gioacchino Belli, vicino al ponte, quando fu raggiunta da un colpo di pistola.
Il proiettile la colpì mentre stava fuggendo o cercando riparo nel caos degli scontri. Secondo le ricostruzioni più note, il colpo le attraversò il corpo, entrando dalla schiena o comunque da dietro e provocando una ferita gravissima all’addome. Venne caricata su un’auto e portata al Nuovo Regina Margherita, ma non sopravvisse.
In quella stessa giornata rimasero ferite anche altre persone, tra cui Elena Ascione e un carabiniere. Ma fu la morte di Giorgiana a trasformare il 12 maggio 1977 in una delle pagine più discusse degli anni di piombo.
Le indagini, le versioni opposte e il caso rimasto senza colpevole
Fin dall’inizio, la domanda fu una sola: chi sparò a Giorgiana Masi? La risposta non è mai arrivata. Negli anni si sono contrapposte due letture. Da una parte, la versione che parlava di un colpo partito dall’area dei manifestanti, il cosiddetto “fuoco amico”. Dall’altra, la tesi sostenuta dai Radicali, da settori della sinistra e da diversi testimoni, secondo cui quel giorno erano presenti anche agenti in borghese armati e la responsabilità andava cercata nell’operato delle forze dell’ordine.
Il caso è rimasto segnato anche da fotografie diventate famose, con uomini in borghese armati durante gli scontri. Quelle immagini alimentarono per anni sospetti e polemiche, ma non portarono a una verità giudiziaria definitiva. Le perizie, le testimonianze e gli atti parlamentari non riuscirono a individuare l’autore dello sparo.
Con il tempo, Giorgiana Masi è diventata un simbolo: non solo una vittima della violenza politica degli anni Settanta, ma anche il volto di una verità mancata. La sua storia continua a tornare ogni 12 maggio, perché dietro quel nome resta una ferita aperta: una ragazza uscita di casa per partecipare a una giornata di piazza e mai più tornata, uccisa da un colpo rimasto senza firma.