Stanno andando avanti le indagini sulla morte di madre e figlia avvelenate con la ricina. Cosa è stato trovato in una borraccia e in un contenitore.
Proseguono le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia avvelenate con la ricina e decedute lo scorso dicembre. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione cosa sia accaduto nella villetta di Pietracatella, dove potrebbero essersi consumati uno o più pasti in famiglia prima della tragedia. Al momento, però, restano da chiarire sia il possibile movente sia l’identità degli eventuali responsabili.

Madre e figlia avvelenate con la ricina: focus su borraccia e contenitore
Dopo aver ascoltato più volte familiari e amici delle due vittime, l’attenzione degli inquirenti si è concentrata su alcuni oggetti recuperati nelle abitazioni. In particolare, sotto esame sono finiti una borraccia e un piccolo contenitore che custodiva al suo interno una sostanza granulare di colore scuro. I reperti sono stati recuperati dal salotto della villetta di Gianni Di Vita e dalla casa della madre di quest’ultimo.
Per analizzare gli oggetti rinvenuti è stato coinvolto anche il Robert Koch Institute di Berlino. Gli accertamenti sui reperti potrebbero fornire elementi utili per ricostruire le ultime ore vissute da Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita e per comprendere meglio quanto avvenuto prima dei decessi. Sulla vicenda si è concentrata anche la trasmissione Ore 14 Sera, che ha evidenziato l’importanza delle analisi sulla borraccia e sul contenitore.
Le ipotesi in famiglia e sul killer
Parallelamente, gli investigatori continuano a seguire l’ipotesi di una crisi familiare come possibile elemento legato al movente. Per approfondire questa pista saranno fondamentali anche le perizie informatiche. Il 28 settembre sono infatti previsti accertamenti tecnici irripetibili sui computer e sulle pendrive sequestrati il 31 luglio durante un sopralluogo.
Gli esami saranno effettuati dalla Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, attraverso il Servizio Centrale Operativo. Per gli investigatori, inoltre, le indagini avrebbero fatto emergere segni ritenuti riconducibili all’omicidio, alimentando l’ipotesi dell’esistenza di un killer ancora a piede libero.