Il direttore scientifico di Humanitas, Alberto Mantovani, parla della correlazione tra Long Covid e la sottovariante Omicron.

Il Long Covid, ovvero la malattia legata agli “strascichi” del Covid-19, è un problema per moltissimi individui che sono stati colpiti dal virus. In che modo uscirne? Difficile a dirsi. Quello che preoccupa tutti gli esperti è che il Long Covid è correlato alla variante Omicron del Covid-19, e per questo bisogna stare molto attenti. L’unica arma, per il direttore scientifico di Humanitas, Alberto Mantovani, contro il Long Covid, è il vaccino. Queste le sue parole sulla questione.

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Le dichiarazioni di Mantovani

“Con Omicron si rischiano anche più casi di Long Covid. Unica difesa, la vaccinazione”. Inoltre, “l’analisi britannica”, pubblicata sulla rivista Lancet, “conferma le nostre preoccupazioni, sia in termini di conseguenze individuali del long Covid sia di ricadute sociali, e compare in coincidenza con un report sul tema appena elaborato dall’Accademia nazionale dei Lincei”. Questo il commento di Alberto Mantovani sulla questione del Long Covid.

“Del resto già nello studio tedesco ‘Epiloc’, il 20% delle persone (fra i 18 e i 25 anni) aveva riferito almeno una moderata compromissione del proprio stato di salute e della capacità lavorativa a distanza dall’infezione acuta – afferma Mantovani – Altre stime inglesi parlano di disturbi nel 20% dei casi dopo cinque settimane e nel 10% dopo tre mesi. Indagini cinesi hanno evocato problemi anche dopo due anni. I sintomi, a cominciare da dolori e spossatezza, sono di varia gravità e possono investire polmoni e bronchi, sistema nervoso, rene, intestino, senza dimenticare l’impatto sulle funzioni metaboliche. Uno degli impatti che è emerso con maggior forza più di recente è quello che insiste su cuore e vasi.

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Covid

Per quanto riguarda il vaccino anti-Covid, “sebbene le indicazioni sul suo ruolo protettivo anche nei confronti del long Covid siano solide, circolano alcuni dubbi, instillati anche da una ricerca sui veterani americani che riconosce alla vaccinazione una protezione significativa ma limitata verso la sindrome. Questa ricerca – afferma lo scienziato – ha però grandi limiti metodologici dal momento che ha incluso soltanto il 10% di donne nel campione, sebbene siano più suscettibili al problema, e ha preso in considerazione schemi di vaccinazione incompleti, cioè a base di una sola dose di vaccino con adenovirus o di due dosi con vaccino a mRna, quando è assodato che ne servono due del primo tipo e tre del secondo”.

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ultimo aggiornamento: 21-06-2022


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