Michael Lupo, nato in Italia e attivo a Londra, venne condannato nel 1987 per quattro omicidi e due tentati omicidi. Morì in carcere nel 1995 per complicazioni legate all’AIDS.
Esistono vicende criminali capaci di evocare, oltre all’orrore del sangue, il terrore profondo di un intero periodo storico. Il caso di Michael Lupo ne è l’esempio perfetto. Nato in Italia come Michele del Marco Lupo, arrivò a Londra negli anni Settanta e lavorò nel mondo della moda, arrivando anche a ricoprire ruoli importanti in boutique di lusso.
Nel 1986, però, il suo nome finì al centro di una serie di omicidi che sconvolsero la comunità gay londinese. In poche settimane, quattro uomini vennero uccisi e altri due sopravvissero ad aggressioni violentissime. La stampa britannica lo trasformò presto in una figura cupa, associando il suo caso anche alla paura dell’AIDS che in quegli anni attraversava il Regno Unito.

Michael Lupo: gli omicidi a Londra e il metodo usato contro le vittime
Le vittime di Michael Lupo erano uomini incontrati soprattutto in locali o zone frequentate dalla comunitĂ gay londinese. Secondo la ricostruzione processuale, Lupo li avvicinava, li portava in luoghi appartati e poi li aggrediva. Il metodo ricorrente era lo strangolamento, spesso dopo un incontro sessuale o un contatto intimo.
Tra le vittime ricordate nelle ricostruzioni ci sono James Burns, trovato morto in un edificio abbandonato a Kensington, e Damien McCloskey, giovane receptionist originario dell’Irlanda del Nord, ucciso dopo essere stato incontrato nella zona di Earls Court. A questi casi si aggiunsero altri omicidi e due tentati omicidi, tra cui quello di David Cole, sopravvissuto all’aggressione e poi decisivo per arrivare all’arresto.
La brutalità dei delitti rese il caso particolarmente inquietante. I corpi vennero ritrovati in luoghi isolati o abbandonati, e per gli investigatori non fu subito semplice collegare gli episodi. A rendere tutto più difficile c’era anche il clima sociale dell’epoca: la comunità gay viveva già sotto pressione, tra discriminazione, paura del virus HIV e diffidenza nei confronti della polizia.
L’arresto, la confessione e la morte in carcere
La svolta arrivò il 15 maggio 1986, quando David Cole collaborò con gli investigatori e riconobbe Lupo in un locale. L’uomo venne arrestato e, dopo il fermo, confessò i delitti. Nei giorni successivi gli vennero contestati altri omicidi, compreso quello di Damien McCloskey e quello di un uomo non identificato trovato vicino all’Hungerford Bridge.
Nel luglio 1987, all’Old Bailey di Londra, Michael Lupo si dichiarò colpevole. Fu condannato a quattro ergastoli per gli omicidi e a 14 anni aggiuntivi per i tentati omicidi. Dopo la sentenza, gli investigatori verificarono anche possibili collegamenti con altri casi irrisolti in città che aveva frequentato, tra cui New York, Berlino e Los Angeles, ma non emersero prove concrete di ulteriori delitti.
Il rapporto tra i delitti e la diagnosi di HIV resta uno degli aspetti più discussi della vicenda. Alcune ricostruzioni dell’epoca parlarono di una vendetta dopo avere scoperto la malattia. Altre letture successive hanno invitato alla prudenza, perché Lupo sostenne di avere saputo della propria condizione solo dopo l’arresto.
Il dato certo è che morì il 12 febbraio 1995 nel carcere di Frankland, per una malattia legata all’AIDS. La sua storia resta ancora oggi una delle più inquietanti della cronaca britannica degli anni Ottanta: un uomo arrivato dall’Italia, inserito nella Londra della moda, e poi diventato il volto di una breve ma terribile serie di omicidi.