Il caso del Mostro di Modena, il presunto serial killer legato agli omicidi di almeno otto donne tra il 1985 e il 1995, quasi tutte prostitute o tossicodipendenti, senza una condanna definitiva.
Il Mostro di Modena è il nome con cui sono stati raccolti alcuni degli omicidi più oscuri della cronaca emiliana. Tra il 1985 e il 1995, almeno otto donne furono uccise tra Modena e provincia. Erano quasi tutte giovani, tossicodipendenti o costrette alla prostituzione, donne ai margini che per anni sembrarono interessare meno della paura provocata dal loro assassino.
I nomi più ricorrenti nel dossier sono Giovanna Marchetti, Donatella Guerra, Marina Balboni, Claudia Santachiara, Fabiana Zuccarini, Anna Bruzzese, Anna Maria Palermo e Monica Abate. In alcune ricostruzioni vengono aggiunti anche i casi di Filomena Gnasso, trovata morta nel 1983, e Antonietta Sottosanti, uccisa nel 1990.
La verità giudiziaria, però, resta incompleta. Nessuno è stato condannato come autore della serie. L’ipotesi di un’unica mano criminale non ha mai trovato una chiusura processuale definitiva e negli anni sono emerse anche letture diverse: non un solo killer, ma forse più uomini, più ambienti e più delitti rimasti senza giustizia.

Il “Mostro” di Modena: le vittime nei fossi, nei canali e nelle strade della provincia
La prima vittima della serie principale fu Giovanna Marchetti, trovata morta il 21 agosto 1985 nei pressi di Baggiovara. Il cranio era stato sfondato con un blocco di cemento. Da quel momento, a Modena, iniziò una sequenza di delitti che sembrò seguire una geografia precisa: aree isolate, canali, fossi, strade di campagna, luoghi periferici dove i corpi potevano essere abbandonati senza testimoni immediati.
Nel 1987 furono uccise Donatella Guerra e Marina Balboni. Donatella venne trovata sulla sponda del Panaro, a San Cesario, con ferite da arma da taglio al collo e al torace. Marina fu trovata a Carpi e morì strangolata con una sciarpa. Nel 1989 toccò a Claudia Santachiara, strangolata e ritrovata in un canale a Campogalliano.
La scia proseguì negli anni Novanta. Fabiana Zuccarini, indicata in alcune fonti anche come Fabrizia o “Fabiola” nelle testimonianze, fu trovata morta in un canale a San Prospero. Anna Bruzzese venne uccisa nel 1992 con diverse coltellate. Anna Maria Palermo, poco più che ventenne, fu trovata nel gennaio 1994 in un canale vicino a Corlo, con numerose ferite da arma da taglio. L’ultima vittima della serie principale fu Monica Abate, trovata morta in casa il 3 gennaio 1995.
Le modalità non furono sempre identiche: alcune donne vennero accoltellate, altre strangolate, altre ancora colpite con oggetti contundenti. Il filo comune fu il contesto di fragilità sociale, la frequentazione di ambienti legati a droga e prostituzione e la mancanza, per decenni, di una risposta giudiziaria.
Le indagini riaperte, il DNA e l’ombra di più assassini
Per anni il caso del Mostro di Modena è rimasto diviso tra archiviazioni, sospetti caduti e piste mai arrivate a una condanna. Alcuni uomini furono indagati o indicati come possibili responsabili di singoli episodi, ma nessuna ipotesi riuscì a chiudere l’intera serie. Il nome del “Mostro” nacque così in un punto fragile: abbastanza somiglianze da far pensare a una scia comune, ma non abbastanza prove per fissare in tribunale un solo autore.
Negli ultimi anni le famiglie e alcune associazioni hanno chiesto di riprendere in mano i fascicoli. Nel 2026, oltre mille firme sono state depositate in procura a Modena per chiedere nuove verifiche sugli omicidi irrisolti. La richiesta più concreta riguarda i reperti ancora conservati: campioni biologici, oggetti trovati accanto ai corpi, tracce che all’epoca non potevano essere analizzate con gli strumenti disponibili oggi.
Il caso di Anna Maria Palermo è diventato il punto di partenza della nuova spinta investigativa. Secondo l’avvocata della famiglia, alcuni reperti mai esaminati con tecniche moderne potrebbero permettere di cercare DNA o impronte. Lo stesso ragionamento è stato esteso anche a Marina Balboni e Donatella Guerra, per le quali si spera nell’esistenza di tamponi e materiali ancora utilizzabili. La prospettiva più recente non dà per scontata l’esistenza di un unico serial killer.