Il sequestro di Ciro Cirillo nel 1981: l’agguato delle Brigate Rosse, 89 giorni di prigionia, il riscatto e la controversa mediazione che coinvolse la camorra di Raffaele Cutolo.
Il 27 aprile 1981, a meno di tre anni dall’uccisione di Aldo Moro, le Brigate Rosse colpirono nuovamente un importante esponente della Democrazia Cristiana. La vittima era Ciro Cirillo, ex presidente della Regione Campania e in quel momento assessore regionale ai Lavori pubblici, impegnato anche nelle attività legate alla ricostruzione dopo il devastante terremoto dell’Irpinia del 1980.
Quella sera Cirillo stava rientrando nella propria abitazione a Torre del Greco quando un commando armato entrò in azione nel garage. Nell’agguato furono uccisi l’autista Mario Cancello e l’uomo della scorta Luigi Carbone, mentre il segretario Ciro Fiorillo rimase gravemente ferito. Cirillo venne caricato su un furgone e portato via.
Poco dopo, le Brigate Rosse rivendicarono il sequestro.

Ciro Cirillo: gli 89 giorni di prigionia e le richieste delle BR
Cirillo rimase nelle mani dei terroristi per 89 giorni. Il sequestro venne gestito dall’area delle Brigate Rosse che sarebbe stata conosciuta come BR-Partito della Guerriglia, legata alla figura di Giovanni Senzani.
Il contesto era particolarmente delicato. La Campania stava affrontando le conseguenze del terremoto del 23 novembre 1980, con migliaia di persone senza un’abitazione e enormi interessi economici legati alla ricostruzione.
Nei loro comunicati i brigatisti cercarono di collegare il sequestro proprio alla situazione sociale napoletana. Tra le rivendicazioni figuravano interventi a favore dei terremotati, la requisizione di alloggi sfitti per le famiglie rimaste senza casa e altre misure sociali.
Parallelamente, però, iniziarono movimenti molto più riservati per arrivare alla liberazione dell’ostaggio.
È proprio questo aspetto a rendere il caso Cirillo uno dei più controversi degli anni di piombo.
Il ruolo di Cutolo, il riscatto e la liberazione
Le successive indagini giudiziarie e parlamentari documentarono l’esistenza di contatti con Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, detenuto nel carcere di Ascoli Piceno.
Attorno a Cutolo si mossero camorristi, intermediari e uomini appartenenti agli apparati dello Stato. Atti parlamentari hanno documentato visite e contatti avvenuti in carcere durante il sequestro. L’esatta struttura della trattativa e le contropartite eventualmente promesse sono rimaste oggetto di indagini e controversie per molti anni.
La vicenda provocò soprattutto un inevitabile confronto con il caso Aldo Moro. Nel 1978 la linea ufficiale era stata quella della fermezza e del rifiuto di una trattativa con le Brigate Rosse. Nel caso Cirillo, invece, furono attivati canali informali che puntavano concretamente a ottenere la liberazione dell’ostaggio.
Le BR comunicarono inoltre di avere ricevuto un riscatto di 1 miliardo e 450 milioni di lire.
Il 24 luglio 1981, dopo quasi tre mesi di prigionia, Ciro Cirillo venne finalmente liberato. Fu ritrovato nell’atrio di un edificio disabitato nella zona di Poggioreale, a Napoli.
Era vivo, ma il caso era tutt’altro che concluso.
Negli anni successivi, inchieste giudiziarie e parlamentari cercarono di ricostruire i rapporti tra politica, servizi di sicurezza, camorra e Brigate Rosse durante quei mesi. Il sequestro Cirillo rimane così uno degli episodi più controversi della storia della Repubblica e uno dei casi che mostrarono con maggiore evidenza l’intreccio tra terrorismo, criminalità organizzata e apparati dello Stato nell’Italia dei primi anni Ottanta.