In Spagna è arrivata la decisione del leader socialista Sanchez dopo la crisi sulla questione casa. Voto anticipato per il Paese.
Pedro Sánchez lascia il governo e prepara la Spagna a nuove elezioni. L’annuncio è arrivato il 5 ottobre alla Moncloa, dopo una settimana nella quale il premier aveva già lasciato intendere la volontà di portare il Paese alle urne, rivolgendosi a Partito Popolare e Junts con un avvertimento: “La storia li giudicherà prima di quanto pensino”. Il caos al Governo è peggiorato con la bocciatura del decreto Casa.

Spagna: Sanchez e le elezioni anticipate
Al centro della strategia di Sánchez c’è la crisi abitativa, tornata prepotentemente nell’agenda politica dopo la bocciatura dei decreti sull’emergenza casa. Sabato 3 ottobre, circa 70.000 persone hanno manifestato a Madrid, in una delle più grandi mobilitazioni della sinistra nella capitale degli ultimi anni. La protesta è stata alimentata anche dalla vicenda di Maricarmen, 87 anni, sgomberata dalla propria abitazione. La sua storia ha spinto centinaia di giovani ad accamparsi a Puerta del Sol per contestare le difficoltà legate all’accesso alla casa.
Il passaggio parlamentare decisivo è arrivato il 2 ottobre, quando il Parlamento ha respinto i provvedimenti presentati dal governo Sánchez per affrontare l’emergenza abitativa. A determinare la sconfitta sono stati anche i deputati catalani di Junts. La crisi politica, tuttavia, precede le proteste sugli sfratti: il governo era già sotto pressione per le accuse di corruzione e per la gestione dei migranti a Ceuta. Nelle intenzioni di voto circolava inoltre un distacco di 16 punti tra destra e sinistra.
Elezioni e previsioni
La prima data utile per le elezioni sarebbe il 29 novembre. Il Partito Popolare guarda al voto con fiducia e Feijóo avrebbe già scelto i ministri, ma per arrivare alla vittoria potrebbe essere necessaria un’alleanza con Vox.
Secondo i sondaggi citati da El País, il PP è al 32,7%, il Partito Socialista al 26,4% e Vox al 18,1%. A sinistra, Sumar è sotto il 6% e Podemos intorno al 3%, lontani dal 20% raggiunto complessivamente nel 2015. Il centro-destra sfiora così il 52%, mentre il centro-sinistra si ferma al 36%.