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La strage del Pulse di Orlando: 49 vittime nella notte
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La strage del Pulse di Orlando: 49 vittime nella notte

Scena del crimine

La storia della strage del Pulse di Orlando del 12 giugno 2016: 49 persone uccise, decine di feriti, tre ore di assedio e l’attentatore abbattuto dalla polizia.

La strage del Pulse di Orlando è una delle pagine più dolorose della storia recente degli Stati Uniti. Nelle prime ore del 12 giugno 2016, circa 300 persone si trovavano nel nightclub della Florida, punto di riferimento per la comunità LGBTQ+, dove era in corso una serata dedicata alla musica latina.

Poco dopo le 2, Omar Mir Seddique Mateen, 29 anni, entrò nel locale armato e cominciò a sparare contro dipendenti e clienti. L’attacco si trasformò poi in una presa di ostaggi, quando l’uomo si barricò in uno dei bagni insieme a diverse persone rimaste intrappolate.

Il bilancio fu di 49 vittime e 53 persone ferite da colpi d’arma da fuoco. Altre cinque riportarono lesioni provocate durante la fuga o le operazioni di soccorso, portando a 58 il numero complessivo dei feriti indicato nella ricostruzione storica dell’FBI.

Dopo circa tre ore, le squadre speciali aprirono un varco nell’edificio e affrontarono l’attentatore, che venne ucciso nello scontro. La sua morte impedì lo svolgimento di un processo penale capace di ricostruire pubblicamente preparazione, movente e scelta definitiva dell’obiettivo.

polizia sirene spiegate scena del crimine
polizia sirene spiegate scena del crimine

La strage del Pulse di Orlando: dalla pista da ballo all’assedio nei bagni

La prima segnalazione alla polizia venne trasmessa alle 2.02. Due minuti dopo arrivarono altri agenti e alle 2.08 le forze dell’ordine entrarono nel locale, ingaggiando un primo scontro con Mateen. L’attentatore si ritirò quindi nella zona dei bagni, dove si trovavano persone ferite e clienti che avevano cercato riparo.

Alle 2.35, Mateen telefonò al numero di emergenza. Durante la chiamata rivendicò la responsabilità della sparatoria e pronunciò una dichiarazione di fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi, allora leader dell’organizzazione terroristica Stato Islamico. Nei successivi contatti con i negoziatori si definì un “soldato islamico” e collegò le proprie azioni ai bombardamenti americani in Siria e Iraq.

Durante l’assedio sostenne inoltre di avere esplosivi e minacciò l’impiego di giubbotti bomba. Le ricerche compiute successivamente non trovarono ordigni né giubbotti esplosivi nel nightclub o nella sua automobile. Quelle dichiarazioni influirono però sulle decisioni operative, perché gli agenti dovettero considerare la possibilità di una detonazione.

Nel frattempo, alcune persone riuscirono a uscire da porte, finestre e varchi aperti nell’edificio. Alle 4.21, la polizia rimosse un condizionatore da una finestra di un camerino per creare un’altra via di fuga. Le informazioni fornite dai sopravvissuti permisero agli agenti di comprendere meglio la posizione dell’attentatore e le condizioni degli ostaggi.

Alle 5.02, le unità speciali iniziarono ad abbattere una parete utilizzando cariche esplosive e un mezzo blindato. Il varco consentì ad altre persone di fuggire. Mateen uscì dal bagno e aprì il fuoco contro gli agenti: alle 5.15 la polizia comunicò che l’attentatore era stato abbattuto.

La maggior parte delle vittime era composta da giovani appartenenti alle comunità LGBTQ+ e latinoamericana, molti dei quali di origine portoricana. Il Pulse rappresentava per loro non soltanto un locale notturno, ma uno spazio nel quale incontrarsi e vivere apertamente la propria identità.

Terrorismo, nessun processo e la memoria dei 49

L’FBI ha classificato l’attacco come un atto di terrorismo, il più grave compiuto sul territorio statunitense dopo l’11 settembre 2001 fino a quel momento. Durante le telefonate dal nightclub, Mateen citò il leader dello Stato Islamico, gli attentatori della maratona di Boston e un cittadino americano morto in Siria come attentatore suicida.

Le indagini non hanno però dimostrato che l’operazione fosse stata pianificata o diretta da una struttura terroristica straniera. Il quadro emerso fu quello di un attentatore radicalizzato negli Stati Uniti, ispirato dalla propaganda estremista e privo di un collegamento operativo accertato con una rete esterna.

La scelta del Pulse trasformò la strage anche in un trauma storico per la comunità LGBTQ+. Il locale venne colpito durante una serata latina e la maggior parte delle persone uccise apparteneva alle comunità ispanica, portoricana e LGBTQ+. L’evento è stato quindi ricordato contemporaneamente come attentato terroristico, massacro armato e attacco contro uno spazio di libertà e socialità.

L’unico procedimento penale direttamente collegato alla preparazione dell’attentato riguardò Noor Salman, moglie di Mateen. Nel 2017 venne accusata di sostegno materiale a un’organizzazione terroristica e intralcio alla giustizia. Il 30 marzo 2018, una giuria federale la assolse da tutte le contestazioni. La sentenza stabilì che l’accusa non aveva dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che fosse a conoscenza del piano o che avesse aiutato il marito a realizzarlo.

Il sito del Pulse è diventato negli anni un luogo di raccoglimento. La città di Orlando ha acquistato la proprietà nel 2023 per realizzare un memoriale permanente. Nel marzo 2026, l’edificio è stato demolito e parte dei materiali verrà riutilizzata nel nuovo spazio commemorativo, la cui apertura è programmata per il 2027. Ogni 12 giugno Orlando ricorda le vittime attraverso la lettura dei 49 nomi e il suono di 49 campane.

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ultimo aggiornamento: 15 Luglio 2026 9:56

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