La vicenda di Vincenzo Verzeni, contadino di Bottanuco condannato per due omicidi e diverse aggressioni tra il 1867 e il 1872: il caso del “vampiro della bergamasca” e la perizia di Cesare Lombroso.
Il nome di Vincenzo Verzeni appartiene alla cronaca nera dell’Italia appena unita. Nato a Bottanuco, nella Bergamasca, l’11 aprile 1849, è ricordato come uno dei primi assassini seriali documentati nel Paese. La stampa e la memoria criminale lo avrebbero poi soprannominato “il vampiro della bergamasca” o “lo strangolatore di donne”, definizioni nate dalla brutalità dei delitti e da particolari comportamenti emersi nelle ricostruzioni processuali.
Tra il 1867 e il 1872, Verzeni venne collegato a una serie di aggressioni contro donne della zona. Il dato giudiziario più solido resta la condanna per due omicidi, quelli di Giovanna Motta ed Elisabetta Pagnoncelli, oltre ad altre aggressioni attribuitegli o contestate nel corso dell’indagine.

Vincenzo Verzeni: gli omicidi nella campagna bergamasca
Il primo omicidio risale all’8 dicembre 1870. La vittima era Giovanna Motta, una ragazza di 14 anni scomparsa mentre si recava verso Suisio. Il corpo venne ritrovato alcuni giorni dopo, in condizioni tali da colpire profondamente l’opinione pubblica dell’epoca.
Nel 1872 fu uccisa Elisabetta Pagnoncelli. Anche in quel caso, le modalità violente e le mutilazioni resero evidente agli investigatori il possibile collegamento con il delitto precedente. Attorno a Verzeni si addensarono così sospetti sempre più pesanti, anche perché negli anni erano già emerse aggressioni e tentativi di strangolamento contro altre donne.
Il processo, Lombroso e la condanna
Verzeni venne arrestato nel 1873 e il suo caso attirò l’attenzione di Cesare Lombroso, chiamato come perito. Lombroso non lo ritenne infermo di mente, ma lo studiò come esempio estremo di devianza criminale, contribuendo a trasformare il processo in un caso rilevante anche per la nascente criminologia italiana.
Il 9 aprile 1873, Verzeni fu condannato ai lavori forzati a vita. Secondo le ricostruzioni, evitò la pena capitale per un solo voto. La pena venne poi modificata dopo l’introduzione del codice penale del 1889; scarcerato all’inizio del Novecento, fu trattenuto per un periodo in domicilio coatto a Ventotene e infine tornò a Bottanuco, dove morì il 31 dicembre 1918.
Il caso Vincenzo Verzeni resta una vicenda da raccontare con cautela: non solo per la violenza dei fatti, ma anche perché molte letture successive sono state influenzate dal linguaggio ottocentesco della criminologia e dalla fama del soprannome. Dietro il mito nero del “vampiro” rimangono soprattutto due giovani donne uccise e una serie di aggressioni che sconvolsero la campagna bergamasca.