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Bernardo Provenzano: chi era il boss di Cosa nostra
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Bernardo Provenzano: chi era il boss di Cosa nostra arrestato dopo 43 anni

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La storia di Bernardo Provenzano, boss corleonese di Cosa nostra: l’ascesa con Riina, le condanne per le stragi, la latitanza, i pizzini, l’arresto del 2006 e la morte nel 2016.

Bernardo Provenzano è stato uno dei nomi più pesanti nella storia di Cosa nostra. Nato a Corleone nel 1933, costruì la propria scalata criminale all’interno del gruppo dei Corleonesi, accanto a Luciano Liggio, Salvatore Riina e Leoluca Bagarella. Per anni il suo volto rimase quasi invisibile, fermo a vecchie fotografie segnaletiche, mentre il suo potere continuava a muoversi attraverso uomini fidati, ordini scritti e una rete di protezioni.

Il suo soprannome più noto, “Binnu u tratturi”, richiamava la violenza con cui veniva descritto nei racconti giudiziari e nelle ricostruzioni investigative. Provenzano fu indicato come figura centrale dell’ascesa dei Corleonesi, della seconda guerra di mafia e della lunga stagione di dominio che travolse clan rivali, uomini delle istituzioni, magistrati, investigatori e imprenditori.

Catania palazzo di giustizia, borsellino, falcone, mafia
Catania palazzo di giustizia, borsellino, falcone, mafia – newsmondo.it

Bernardo Provenzano: dai Corleonesi alle condanne per le stragi

Dopo l’arresto di Riina nel 1993, Provenzano venne considerato il principale punto di riferimento di Cosa nostra. A differenza della fase più apertamente stragista, il suo potere fu spesso raccontato come più silenzioso, fondato sulla mediazione, sugli affari e su un controllo capillare del territorio.

Sul piano giudiziario, però, il suo nome resta legato anche alle pagine più sanguinose della mafia siciliana. Fu condannato all’ergastolo in contumacia, tra gli altri procedimenti, per le stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle rispettive scorte.

La latitanza, i pizzini e l’arresto a Corleone

Provenzano rimase latitante per 43 anni. La sua forza stava anche nella capacità di comunicare senza esporsi: i celebri pizzini, piccoli fogli scritti con messaggi essenziali e codici, erano il mezzo con cui continuava a impartire ordini e mantenere rapporti con il mondo esterno.

L’11 aprile 2006 la latitanza finì. La Polizia lo arrestò in una masseria nelle campagne di Corleone, non lontano dall’abitazione dei familiari. L’identificazione fu confermata anche dal Dna. In tasca aveva ancora diversi pizzini, simbolo materiale di quel potere clandestino esercitato per decenni.

Dopo l’arresto fu sottoposto al regime del 41 bis. Negli ultimi anni le sue condizioni di salute peggiorarono molto e alcuni processi ancora pendenti vennero sospesi perché ritenuto incapace di partecipare. Morì il 13 luglio 2016, a 83 anni, nell’ospedale San Paolo di Milano. Con lui si chiuse la parabola di uno degli ultimi grandi capi storici di Cosa nostra: un boss rimasto nascosto per una vita, ma capace di pesare a lungo sulla storia criminale italiana.

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ultimo aggiornamento: 11 Maggio 2026 21:26

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