L’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera alla stazione di Milano Certosa non rappresenta soltanto l’ennesimo episodio di violenza urbana.
La morte del ventiduenne, aggredito da un gruppo di giovani di origine latinoamericana, ha riportato al centro dell’attenzione una realtà che da anni caratterizza il capoluogo lombardo: Milano è diventata il principale crocevia italiano dove convivono mafie tradizionali, organizzazioni criminali straniere e gang giovanili. Le indagini sull’agguato puntano verso il mondo delle pandillas latinoamericane, una galassia composta da gruppi come i Latin Kings, la Mara Salvatrucha 13 (MS13), il Barrio 18 e i Trinitarios.
Organizzazioni che non hanno nulla a che vedere con le semplici baby gang. Si tratta di strutture dotate di gerarchie, rituali di affiliazione, simboli identitari e una precisa logica di controllo del territorio. L’omicidio di Certosa ha riacceso i riflettori su un fenomeno che molti ritenevano superato dopo le grandi operazioni di polizia degli anni scorsi. Ma le pandillas rappresentano soltanto uno dei tasselli del mosaico criminale milanese.
La forza dominante continua a essere la ‘ndrangheta. Le cosche calabresi controllano da decenni una parte significativa del traffico internazionale di cocaina, del riciclaggio e delle infiltrazioni nell’economia legale lombarda. Le più recenti inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia hanno descritto un sistema criminale nel quale gruppi riconducibili a ‘ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra collaborano stabilmente per la gestione degli affari illeciti. L’inchiesta Hydra ha evidenziato proprio l’esistenza di un modello di cooperazione tra diverse organizzazioni mafiose presenti sul territorio lombardo.
Accanto alle mafie italiane operano da anni potenti gruppi criminali stranieri
Tra questi spiccano le organizzazioni albanesi, considerate dagli investigatori tra i principali protagonisti del traffico internazionale di stupefacenti. La mafia albanese è oggi una delle realtà criminali più influenti presenti in Europa e ha consolidato una presenza significativa anche nell’area milanese. Grazie a una rete che collega i Balcani ai porti del Nord Europa e ai cartelli sudamericani, i clan albanesi hanno assunto un ruolo centrale nell’importazione e nella distribuzione di cocaina ed eroina.
La loro forza risiede nella struttura estremamente flessibile, nella capacità di operare attraverso legami familiari difficili da penetrare e nella disponibilità a utilizzare metodi particolarmente violenti per proteggere i propri interessi. Negli ultimi anni le organizzazioni albanesi hanno inoltre ampliato il proprio raggio d’azione investendo nel riciclaggio di denaro, nel settore immobiliare e in attività economiche apparentemente lecite, trasformandosi da semplici partner delle mafie italiane a protagonisti autonomi del panorama criminale lombardo.
Le acque reflue mostrano la dimensione del business della droga
Se il narcotraffico rappresenta il cuore economico delle organizzazioni criminali presenti a Milano, esiste un indicatore che consente di comprenderne le dimensioni reali meglio di qualsiasi sequestro o statistica giudiziaria: le analisi delle acque reflue. I campioni raccolti presso il depuratore di Nosedo e studiati nell’ambito del programma europeo di monitoraggio delle droghe mostrano che nelle fogne milanesi vengono rilevati in media 424 milligrammi di metaboliti della cocaina al giorno ogni mille abitanti, uno dei valori più elevati registrati in Italia.
Il dato, in crescita negli ultimi anni e caratterizzato da picchi evidenti durante i fine settimana, offre una fotografia diretta dei consumi reali della popolazione. Per gli esperti si tratta di uno degli strumenti più attendibili per misurare la diffusione degli stupefacenti, poiché non dipende né dalle attività di contrasto delle forze dell’ordine né dalle dichiarazioni dei consumatori.
Dietro quei 424 milligrammi si nasconde un mercato enorme che alimenta gli interessi della ‘ndrangheta, delle organizzazioni albanesi, dei gruppi criminali serbi e delle altre reti internazionali che operano nel capoluogo lombardo. Ogni incremento registrato nelle fognature corrisponde infatti a migliaia di dosi consumate e a milioni di euro che finiscono nelle casse delle organizzazioni criminali. Le acque reflue raccontano così una verità difficile da contestare: Milano continua a essere una delle principali piazze europee della cocaina e una delle città più ambite da chi controlla il traffico internazionale della droga.
La criminalità serba
Un ruolo importante è ricoperto anche dalla criminalità serba che è presente in diversi Paesi europei e negli ultimi anni ha consolidato la propria presenza anche in Italia. Le organizzazioni provenienti dall’ex Jugoslavia sono attive nel traffico di droga, nel commercio illegale di armi, nella gestione della prostituzione e nel riciclaggio di denaro. La loro forza deriva dalla capacità di mantenere collegamenti internazionali che si estendono dai Balcani al Sud America.
Diverse inchieste hanno evidenziato collaborazioni tra gruppi serbi e ‘ndrangheta nel traffico della cocaina destinata ai mercati europei. Nelle periferie milanesi operano inoltre gruppi criminali romeni, nordafricani e magrebini. In molte zone della città queste organizzazioni si contendono il controllo delle piazze di spaccio, dei furti, delle rapine e delle attività illegali legate all’immigrazione clandestina. La geografia criminale della città si sviluppa lungo direttrici precise.
Le stazioni ferroviarie, le periferie nord-occidentali, alcune aree dell’hinterland e numerosi quartieri popolari rappresentano punti di interesse strategico per chi vuole controllare traffici e attività illegali. Certosa, Quarto Oggiaro, via Padova, San Siro, Rogoredo e altre zone sono diventate negli anni luoghi nei quali si sovrappongono fenomeni criminali differenti. Rispetto al passato, tuttavia, è cambiata la natura dello scontro. Negli anni Settanta Milano era teatro delle guerre tra i clan della mala storica, da Francis Turatello ad Angelo Epaminonda.

Oggi il conflitto è molto più frammentato. Le mafie tradizionali preferiscono mantenere un profilo basso e investire negli affari, mentre la violenza visibile viene spesso esercitata da gang giovanili, gruppi etnici e bande che si contendono porzioni limitate di territorio.
L’omicidio di Certosa rappresenta quindi il punto d’incontro tra due mondi. Da una parte le pandillas latinoamericane, con le loro logiche identitarie e territoriali. Dall’altra una città che ospita alcune delle più potenti organizzazioni criminali d’Europa.
Il rischio per Milano non è soltanto il ritorno delle gang latine. È la progressiva sovrapposizione tra criminalità organizzata tradizionale, mafie straniere e nuove bande urbane. Una miscela che rende il capoluogo lombardo uno dei laboratori criminali più complessi del continente. E che impone alle forze dell’ordine una sfida sempre più difficile: contrastare organizzazioni che parlano lingue diverse, provengono da continenti differenti ma che sempre più spesso condividono gli stessi interessi economici e gli stessi territori.
L’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera rischia così di essere ricordato non soltanto come un fatto di sangue, ma come il segnale di un equilibrio criminale sempre più fragile in una città che continua a rappresentare una delle capitali economiche d’Europa e, proprio per questo, una delle mete più ambite dalle organizzazioni criminali di mezzo mondo.