L’offensiva dell’amministrazione Trump nei confronti del governo cubano guidato dal Partito comunista si sta concentrando su quello che rappresenta il patrimonio più strategico dell’isola e una delle poche attività ancora in grado di garantire valuta estera: il personale sanitario inviato all’estero.
Negli ultimi mesi Washington ha già interrotto le forniture di carburante dirette a Cuba, imposto nuove sanzioni, incriminato alcuni dei più importanti dirigenti del Paese e ristretto i canali attraverso i quali gli emigrati cubani inviano denaro alle proprie famiglie. Adesso gli Stati Uniti puntano a colpire anche il consolidato sistema delle missioni sanitarie internazionali, operativo da decenni e grazie al quale L’Avana incassa compensi per l’invio di medici e infermieri in oltre cinquanta Stati. Un settore che garantisce miliardi di dollari a un’economia ormai da tempo in gravissima difficoltà.
L’amministrazione Trump ha intensificato le pressioni diplomatiche sui governi che impiegano professionisti sanitari cubani, invitandoli a rescindere o ridimensionare gli accordi esistenti. In caso contrario, Washington ha prospettato limitazioni nell’emissione dei visti e altre misure sanzionatorie nei confronti dei funzionari coinvolti. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha spiegato che gli Stati Uniti stanno fornendo ai governi interessati informazioni su quelle che definiscono pratiche di sfruttamento dei lavoratori, incoraggiandoli ad assumere direttamente il personale cubano e a corrispondergli lo stipendio senza l’intermediazione del governo dell’Avana.

L’iniziativa contro il programma sanitario internazionale cubano è partita poche settimane dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Numerosi Paesi dell’America Latina e dei Caraibi hanno ricevuto richieste di chiarimenti da parte delle autorità statunitensi riguardo all’impiego di medici cubani, mentre il segretario di Stato Marco Rubio ha adottato misure per impedire l’ingresso negli Stati Uniti ai funzionari stranieri coinvolti nella gestione di questi programmi. Durante una visita ufficiale nei Caraibi, avvenuta lo scorso marzo, Rubio ha esortato i leader dell’area a interrompere i pagamenti destinati a Cuba per le missioni sanitarie, sostenendo che il governo cubano gestisca un sistema di lavoro forzato presentato come cooperazione umanitaria.
Si tratta di lavoro forzato
«Il regime non paga questi medici, ritira loro i passaporti e, in sostanza, si tratta per molti versi di lavoro forzato», ha dichiarato Rubio in Giamaica accanto al primo ministro Andrew Holness. Holness ha replicato: «Sia chiaro, i medici cubani in Giamaica ci sono stati di incredibile aiuto». Nonostante questa difesa pubblica, la Giamaica ha comunque interrotto, durante l’inverno scorso, una collaborazione che durava da circa mezzo secolo. Anche altri Stati hanno scelto di sospendere oppure modificare gli accordi con Cuba, cedendo alle pressioni esercitate da Washington.
In Guatemala, 412 operatori sanitari cubani, tra cui 333 medici, hanno iniziato a lasciare il Paese nel mese di aprile e il rientro sarà completato entro la fine dell’anno. Anche le Bahamas hanno deciso di sospendere il reclutamento di personale sanitario proveniente dall’isola. In Honduras, il presidente Nasry Asfura, considerato vicino a Trump, dopo il suo insediamento nel mese di gennaio ha disposto il rimpatrio di oltre 150 operatori sanitari cubani.
Filmati diffusi dai media locali e da organi di stampa vicini all’Avana mostrano cittadini che salutano con commozione il personale in partenza, tributandogli lunghi applausi mentre lasciava le cliniche oculistiche nelle quali aveva prestato servizio. Secondo Maria Werlau, direttrice di Cuba Archive, organizzazione che documenta le presunte violazioni dei diritti dei lavoratori nelle missioni cubane, attualmente circa 24.000 operatori sanitari cubani sono impegnati all’estero. Operano in ospedali e strutture sanitarie rurali in numerosi Paesi, dalle piccole nazioni caraibiche fino all’Italia, dove diverse comunità periferiche fanno affidamento sui medici cubani per garantire l’assistenza sanitaria di base.
Il Segretario di Stato Usa contro le missioni
Marco Rubio, che combatte questo programma fin da quando sedeva al Senato, ha definito il sistema delle missioni sanitarie «brigate di tratta di esseri umani sponsorizzate dallo Stato». Nelle aree dove operano, tuttavia, molti cittadini li considerano indispensabili perché assicurano cure gratuite a chi non potrebbe permettersele.
Diversi governi continuano comunque a respingere le richieste di Washington e mantengono attive le collaborazioni con il sistema sanitario cubano. A Santa Lucia, piccola isola caraibica di circa 180.000 abitanti nota per le sue spettacolari montagne vulcaniche e meta di numerosi turisti, i medici cubani fanno parte della rete sanitaria pubblica da oltre quattro decenni. «Senza di loro, il nostro sistema sanitario collasserebbe», ha dichiarato al Wall Street Journal il primo ministro Philip Pierre dopo aver ricevuto le richieste di chiarimento dell’amministrazione Trump. Pierre, come altri capi di governo caraibici, ha assicurato che il suo Paese versa direttamente gli stipendi ai medici cubani e li tratta esattamente come il personale sanitario nazionale.
Tuttavia, secondo Washington, questo non elimina il problema principale, poiché i professionisti continuano a essere reclutati attraverso il programma statale cubano, che potrebbe comunque beneficiare di parte delle retribuzioni. Secondo il governo dell’Avana, l’invio di personale sanitario all’estero iniziò nel 1963 con una missione in Algeria. Fidel Castro definì quei professionisti un «esercito di camici bianchi», destinato a garantire assistenza medica gratuita alle popolazioni più povere e a rafforzare il prestigio internazionale del modello socialista cubano.
Una fonte inesauribile di entrate per il regime
Con il passare degli anni, il governo comprese anche il valore economico di queste missioni, trasformatesi in una delle principali fonti di entrate del Paese. Secondo Ricardo Torres, economista cubano dell’American University, nel periodo di massimo sviluppo il programma garantiva circa 8 miliardi di dollari l’anno. Nel 2024, ultimo anno per il quale sono disponibili dati ufficiali, le missioni sanitarie hanno prodotto circa 5,3 miliardi di dollari, pari a circa la metà dell’intero valore delle esportazioni cubane.
«Non si tratta solo dei ricavi che ottengono», ha osservato Werlau di Cuba Archive. «Si tratta di prestigio, credibilità, propaganda, influenza». L’organizzazione per i diritti umani Prisoners Defenders, con sede a Madrid e impegnata a sostegno dei dissidenti cubani, sostiene che il governo dell’Avana possa trattenere migliaia di dollari al mese per ogni medico inviato all’estero: circa 3.500 dollari per ciascun professionista impiegato in Messico e circa 4.000 per quelli operativi in Italia, al netto delle somme corrisposte direttamente ai lavoratori.
Bismarck Valerino, medico cubano inviato in Venezuela nel 2008, ha raccontato di aver percepito uno stipendio mensile di circa 250 dollari, molto superiore ai circa 25 dollari che guadagnava a Cuba. Tuttavia, ha descritto un sistema estremamente rigido, con il divieto di uscire dagli alloggi dopo le 18 e persino l’obbligo di ottenere l’autorizzazione dei superiori per intraprendere relazioni sentimentali. «C’era sempre qualcuno che ci osservava», ha ricordato Valerino, che ha abbandonato la missione nel 2011 e oggi vive a New York. «Era un’esperienza terribile».
Il governo cubano continua a respingere le accuse di lavoro forzato e non ha fornisce mai risposte alle richieste di commento. Nel corso del vertice dei leader caraibici svoltosi a febbraio, Rubio ha assicurato che gli Stati Uniti avrebbero cercato di offrire alternative alle missioni cubane. La Marina americana ha inviato nella regione la nave ospedale USNS Comfort per assicurare assistenza temporanea, effettuare interventi chirurgici e svolgere attività di formazione.
Le autorità locali, però, ritengono che questi interventi non siano sufficienti a sostituire stabilmente il personale proveniente da Cuba. Alcuni governi hanno inoltre iniziato a utilizzare agenzie di reclutamento di Paesi terzi per il pagamento degli stipendi dei medici cubani, respingendo le accuse di sfruttamento e documentando che i professionisti dispongono di passaporti e conti correnti personali. Antigua e Barbuda, ad esempio, ha assunto oltre 120 infermieri provenienti dal Ghana per prepararsi all’eventualità di dover rinunciare improvvisamente ai medici e agli infermieri cubani.
Lo aveva annunciato a gennaio il primo ministro Gaston Browne. Quando, lo scorso anno, Washington ha chiesto a Saint Vincent e Grenadine di interrompere il programma sanitario cubano, il primo ministro Ralph Gonsalves ha replicato: «Preferisco perdere il mio visto piuttosto che vedere morire 60 persone povere e lavoratrici».