Per la Russia la guerra non comincia con i carri armati e non finisce con un cessate il fuoco. Prima ancora dei missili arrivano le campagne informative, la pressione psicologica, la disinformazione, le operazioni cibernetiche e il controllo delle percezioni.
È questo il cuore del documento del Centro di eccellenza NATO per il comando e controllo dedicato alle “Operazioni di informazione nel comando e controllo russo”, che analizza il modo in cui Mosca considera l’informazione una vera arma strategica. Secondo il rapporto, le operazioni di informazione rappresentano da decenni un pilastro del pensiero militare russo.
A differenza dell’approccio occidentale, che spesso considera la guerra informativa come supporto alle operazioni militari tradizionali, Mosca la interpreta come un campo di battaglia autonomo, permanente e trasversale. Un dominio che precede il conflitto armato, lo accompagna e continua anche dopo la fine delle ostilità. L’invasione dell’Ucraina nel 2022 ha riportato sotto i riflettori questa dottrina. Pur mostrando limiti militari sul terreno, il sistema informativo russo è rimasto attivo e strutturato: cyberwarfare, guerra psicologica, propaganda, manipolazione narrativa e controllo riflessivo hanno continuato a operare in parallelo alle operazioni convenzionali.
Nel documento emerge con chiarezza un concetto centrale della strategia russa: non esiste una netta separazione tra pace e guerra. L’informazione diventa quindi uno strumento di pressione continua, utilizzato anche fuori dai conflitti dichiarati. La Russia considera infatti il dominio informativo una lotta permanente legata alla propria sopravvivenza nazionale.
La “dottrina Gerasimov”
Uno dei riferimenti principali è la cosiddetta “dottrina Gerasimov”, formulata dall’allora capo di Stato Maggiore Valery Gerasimov nel 2013. Secondo questa impostazione, gli strumenti non militari possono risultare persino più efficaci delle armi tradizionali nel raggiungere obiettivi strategici. Gerasimov parlava di un rapporto di quattro a uno a favore degli strumenti informativi e politici rispetto alla forza militare classica.

Nel modello russo la guerra inizia molto prima delle battaglie aperte: influenza politica, pressione diplomatica, campagne mediatiche e operazioni clandestine preparano il terreno. Le operazioni informative accompagnano ogni fase del conflitto e non vengono mai interrotte. Non sono considerate un semplice supporto, ma uno strumento strategico primario.
Particolarmente rilevante è la teoria del “controllo riflessivo”, sviluppata in epoca sovietica e ancora oggi centrale nella formazione militare russa. L’obiettivo non è soltanto ingannare il nemico, ma indurlo a prendere decisioni dannose per sé stesso manipolando le informazioni che riceve. In pratica, Mosca cerca di modellare il modo di pensare dell’avversario per guidarne le scelte. Non si tratta semplicemente di nascondere intenzioni o diffondere notizie false, ma di influenzare il processo decisionale stesso. Le tecniche includono divisione degli alleati, provocazione, pressione psicologica, demoralizzazione e creazione di caos informativo. Secondo il rapporto, la Russia utilizza queste strategie anche per indebolire la coesione della NATO e minare la volontà politica degli avversari.
Il documento NATO sottolinea inoltre che le operazioni informative russe non sono limitate alle forze armate. A partecipare sono anche i servizi di sicurezza come FSB, SVR e GRU, oltre all’amministrazione presidenziale e ai media statali. La regia strategica viene attribuita direttamente al Cremlino, che coordina messaggi e operazioni su più livelli.
Il dominio cognitivo
Lo Stato Maggiore russo, diversamente dal modello occidentale, integra direttamente le operazioni informative con la pianificazione militare. Gli effetti psicologici e narrativi vengono coordinati con manovre, logistica e impiego della forza.
In sostanza, ogni azione sul terreno viene accompagnata da una parallela offensiva nel dominio cognitivo. Secondo gli analisti NATO, Mosca punta al cosiddetto “dominio decisionale”: rallentare la capacità di reazione dell’avversario, creare confusione e paralizzare il processo decisionale. Una delle tattiche più utilizzate consiste nell’inondare lo spazio informativo con versioni contraddittorie dei fatti, aumentando l’incertezza e rendendo più difficile distinguere tra realtà e manipolazione.
Il rapporto richiama anche il ciclo OODA – osservare, orientarsi, decidere, agire – evidenziando come le operazioni informative russe siano progettate per interferire in ogni fase del processo. L’obiettivo è alterare la percezione, influenzare le decisioni e compromettere la capacità di risposta degli avversari anche senza colpire direttamente le infrastrutture fisiche. Per questo motivo il documento invita la NATO a rafforzare quella che definisce “resilienza cognitiva”: la capacità dei decisori politici e militari di riconoscere manipolazioni informative, mantenere lucidità sotto pressione e continuare a prendere decisioni coerenti nonostante campagne di disinformazione persistenti.
La conclusione del rapporto è netta: le operazioni informative russe non sono un elemento accessorio, ma una componente strutturale della strategia di Mosca. La guerra del futuro – e in parte anche quella del presente – si combatte sempre meno soltanto con missili e carri armati e sempre più attraverso il controllo delle percezioni, delle narrazioni e del processo decisionale degli avversari