Mentre il traffico marittimo internazionale evita sempre più le aree di crisi del Medio Oriente scegliendo la lunga rotta attorno all’Africa, al largo della Somalia è riemersa una minaccia che sembrava ormai contenuta: la pirateria.
Il fenomeno sta tornando a incidere pesantemente sul commercio globale, facendo aumentare premi assicurativi, costi di sicurezza e tempi di consegna delle merci. Negli ultimi mesi il settore dello shipping ha dovuto affrontare una situazione sempre più instabile.
La quasi paralisi dello Stretto di Hormuz e il rischio di nuovi attacchi nel Mar Rosso hanno costretto numerose compagnie a modificare le proprie rotte. Già prima dell’inasprimento delle tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran, molte navi provenienti dall’Asia e dal Golfo Persico dirette verso l’Europa preferivano evitare il Canale di Suez per il timore delle offensive degli Houthi sostenuti da Teheran.
La conseguenza è stata il ritorno massiccio delle rotte lungo il Capo di Buona Speranza. Una deviazione che prolunga i viaggi di settimane e porta le imbarcazioni commerciali a transitare vicino alle coste somale, teatro della grande stagione della pirateria culminata nel 2011. Oggi proprio quelle acque stanno tornando a essere ad alto rischio.
Nelle ultime settimane almeno tre navi sono state sequestrate tra Somalia e Yemen. All’8 maggio 2026 le petroliere Honour 25 ed Eureka e la cargo Sward risultavano ancora nelle mani dei pirati. Secondo diversi analisti, le organizzazioni criminali somale stanno sfruttando il caos regionale e il sovraccarico delle missioni navali internazionali concentrate tra Hormuz e Mar Rosso. Le flotte dispiegate dal 2008 per contrastare i sequestri non riescono più a garantire la stessa capacità di deterrenza lungo gli oltre 3.300 chilometri di coste somale, una delle aree marittime più vaste e difficili da controllare del continente africano.
I pattugliamenti come deterrente
L’operazione europea Atalanta continua a pattugliare l’Oceano Indiano occidentale insieme alla Combined Task Force 151, ma le missioni attuali si basano soprattutto sul controllo di vaste aree marittime e non su una protezione diretta e costante dei convogli commerciali. I nuovi gruppi pirata sembrano inoltre disporre di mezzi e finanziamenti importanti. Lloyd’s List Intelligence segnala almeno due organizzazioni operative con base nel Puntland, regione semi-autonoma della Somalia nordorientale.
Le bande utilizzano grandi dhow, le tradizionali imbarcazioni da pesca locali, trasformandole in vere e proprie navi madre da cui lanciare attacchi contro petroliere e cargo. Troels Burchall Henningsen, docente dell’Istituto danese per gli studi strategici e militari, sottolinea che i sequestri recenti dimostrano una crescente sofisticazione logistica. I dhow impiegati nelle operazioni necessitano infatti di sistemi di navigazione, armi, carburante e attrezzature per l’abbordaggio, elementi che richiedono investimenti elevati e una rete criminale ben organizzata.

Danni per miliardi di dollari
La situazione rischia ora di aggravare ulteriormente la crisi del trasporto marittimo globale. Le compagnie stanno già affrontando premi assicurativi sempre più alti, rincari del carburante e tariffe di spedizione in crescita. Una nuova esplosione della pirateria potrebbe aggiungere ulteriori costi e provocare nuovi ritardi nelle catene di approvvigionamento internazionali.
Durante il picco della crisi del 2011, i danni economici legati alla pirateria somala venivano stimati in circa 7 miliardi di dollari l’anno dalla Sasakawa Peace Foundation. I costi comprendevano missioni militari, deviazioni delle rotte, consumi aggiuntivi di carburante, personale armato a bordo e dispositivi di sicurezza. Solo una piccola parte di quella cifra, circa 160 milioni di dollari, era rappresentata dai riscatti pagati ai sequestratori.
Gli operatori del settore temono ora che il ritorno dei dirottamenti, sommato alla crisi nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz, possa nuovamente generare perdite per miliardi di dollari al commercio mondiale.Secondo alcuni osservatori, anche il cambiamento della politica americana verso la Somalia potrebbe aver contribuito alla recrudescenza del fenomeno. Per anni Washington aveva finanziato programmi di sviluppo destinati alle comunità costiere per sottrarre giovani e pescatori alle reti criminali della pirateria.
Con l’amministrazione Trump gran parte degli aiuti civili è stata però sospesa, mentre l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sulle operazioni contro il gruppo jihadista al-Shabab. Gli esperti avvertono che il taglio di questi fondi ha indebolito le reti locali di intelligence e le capacità di controllo marittimo. Nel frattempo le organizzazioni del settore consigliano alle compagnie di evitare le acque territoriali somale e di impiegare guardie armate private a bordo delle navi. Molte compagnie pero’ evitano di imbarcare personale armato soprattutto per motivi economici e legali.
Le guardie private aumentano notevolmente i costi dei viaggi e in diversi Paesi l’ingresso di navi con armi a bordo è soggetto a forti restrizioni. Negli ultimi anni, inoltre, il calo della pirateria grazie alle missioni navali internazionali aveva spinto molti armatori a ridurre le misure di sicurezza più costose. Tuttavia gli esperti ricordano che nessuna nave con guardie armate a bordo sarebbe mai stata sequestrata con successo al largo della Somalia.