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Caso della tredicenne di Torino, giustizia e referendum: le contraddizioni
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Il Paese che ha scelto di non cambiare ora ci risparmi l’indignazione di comodo

Ragazza che si protegge con le mani

Tutti indignati per la scarcerazione. Ma quando c’era da cambiare il sistema, gli italiani hanno scelto di lasciarlo com’era.

Una tredicenne abusata, un indagato scarcerato dopo quarantotto ore e un Paese che riscopre soltanto adesso le storture della giustizia. Ma gli elettori avevano avuto l’occasione di cambiare il sistema e hanno scelto di lasciarlo com’era: indignarsi senza assumersi alcuna responsabilità non basta più.

Una ragazza di tredici anni entra in un minimarket per comprare qualcosa ai fratelli. Poco dopo ne esce portandosi addosso un’esperienza che nessuna adolescente dovrebbe conoscere.

Secondo l’accusa, il commerciante quarantaduenne bengalese ha abusato di lei; le telecamere avrebbero inoltre documentato un secondo episodio, avvenuto circa quaranta minuti prima ai danni di una donna non ancora identificata.

L’uomo è indagato, non condannato: la presunzione d’innocenza non è un dettaglio sacrificabile sull’altare della rabbia. Ma la prudenza giuridica non impone alla società di rinunciare al buon senso. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere, indicando il pericolo che l’indagato potesse commettere altri reati della stessa natura. Il giudice ha invece disposto la scarcerazione con obbligo di firma, valorizzando l’ incensuratezza, la collaborazione mostrata nella consegna delle registrazioni, la dichiarazione di dispiacere e persino l’effetto deterrente prodotto dal “trauma dell’arresto”.

Ragazza che si protegge con le mani
Stupro ai danni di una donna – newsmondo.it

Questi sono gli elementi riferiti dalla stampa, mentre il ministero della Giustizia ha annunciato l’invio degli ispettori al Tribunale di Torino. Ed è qui che comincia l’indecenza pubblica. Non quella di chi pretende il rispetto delle garanzie, che costituiscono la civiltà del diritto. L’indecenza è il riflesso di un Paese che rifiuta ogni discussione seria sul funzionamento della giustizia e poi, davanti a una decisione incomprensibile all’opinione pubblica, mette in scena lo stupore. Tutti scandalizzati, tutti increduli, tutti improvvisamente desiderosi di sapere chi controlla, chi valuta e chi risponde delle conseguenze di certi provvedimenti. È una commedia che non convince più.

Nel marzo 2026 gli elettori sono stati chiamati a pronunciarsi su una riforma costituzionale che prevedeva la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, due distinti Consigli superiori e un’Alta corte disciplinare. Il No ha prevalso con circa il 54 per cento dei voti. Va detto con precisione: quella riforma non avrebbe automaticamente imposto il carcere in questo caso, né avrebbe eliminato la discrezionalità del giudice sulle misure cautelari. Sostenere il contrario sarebbe propaganda. Ma il referendum riguardava anche il governo autonomo della magistratura e il suo sistema disciplinare. Era dunque un’occasione concreta per modificare una parte dell’assetto giudiziario.

La maggioranza dei votanti l’ha respinta. Una scelta democratica deve essere rispettata. Ma le scelte hanno conseguenze politiche e morali. Non si può trasformare ogni proposta di cambiamento in un attentato alla Costituzione e poi comportarsi come se l’ordinamento vigente fosse caduto dal cielo. Non si può difendere l’intangibilità del sistema il giorno del voto e denunciarne le storture il giorno dopo. Non si può volere che tutto resti com’è e pretendere contemporaneamente che nulla accada come prima.Chi ha votato No aveva certamente motivazioni diverse e spesso legittime. Alcuni giudicavano sbagliata quella specifica riforma, non ogni possibile riforma. Ma allora dov’è l’alternativa? Quale progetto è stato presentato? Quale battaglia è stata combattuta per rendere più trasparenti le responsabilità, più credibili i controlli e più comprensibili decisioni capaci di sconvolgere un intero quartiere? Troppo spesso, dietro il rifiuto, non c’era un disegno migliore: c’era soltanto la conservazione dell’esistente.

Ora l’esistente è questo. È un sistema nel quale le forze dell’ordine possono intervenire rapidamente, la Procura può chiedere la misura più severa e, nel giro di quarantotto ore, l’indagato può tornare libero con l’obbligo di presentarsi a firmare. È un sistema nel quale il “dispiacere” attribuito all’accusato rischia di occupare più spazio pubblico della paura della vittima. È un sistema in cui la collettività viene invitata ad avere fiducia, ma troppo spesso non riceve spiegazioni capaci di alimentarla.La giustizia non può essere vendetta. La custodia cautelare non può diventare una condanna anticipata. Ma neppure la tutela delle vittime può ridursi a una formula rituale pronunciata dopo avere concentrato ogni attenzione sul presunto ravvedimento dell’indagato.

Tra il giustizialismo e l’impotenza esiste uno spazio enorme: si chiama responsabilità istituzionale. Perciò basta con l’indignazione a corrente alternata. Basta con il cittadino che vuole una giustizia inflessibile quando legge la cronaca e immutabile quando entra nella cabina elettorale. Basta con chi trasforma qualsiasi riforma in una guerra ideologica e poi pretende risultati diversi da un apparato che ha contribuito a lasciare intatto. Gli italiani possono naturalmente protestare: in una democrazia nessun voto cancella il diritto di criticare. Ma chi ha difeso lo status quo dovrebbe almeno avere l’onestà di riconoscere la propria contraddizione. Il Paese ha avuto un’occasione per cambiare una parte dell’ordinamento giudiziario e l’ha respinta. Se quella proposta era sbagliata, se ne costruisca immediatamente una migliore. Altrimenti lo scandalo di oggi sarà soltanto l’ennesima fiammata emotiva destinata a spegnersi davanti alla prossima notizia.

La tredicenne, invece, non potrà spegnere ciò che le è accaduto cambiando canale. Ed è proprio per rispetto verso di lei che servono meno urla tardive, meno ipocrisia politica e molto più coraggio nel riformare davvero la giustizia.

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ultimo aggiornamento: 2 Settembre 2026 11:28

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