Paolo Maldini in cinque frasi: dall’amore per l’indipendenza al rapporto col padre Cesare

Cinque frasi celebri dell’eterno capitano Maldini per capirne la mentalità e lo spessore umano che lo hanno reso un esempio unico per milanisti e non.

Frasi Maldini – Ci sono giocatori che rimangono impressi nel cuore di tutti, tifosi e non. Giocatori che vanno oltre le maglie indossate, oltre i colori, che riscrivono partita dopo partita, gesto dopo gesto, la storia del calcio e dello sport. Uno di questi è senza ombra di dubbio Paolo Maldini, esempio unico di fedeltà, amore e coerenza. Capitano del Milan per anni e anni, leader di un gruppo capace di vincere tutto, simbolo di valori che oltrepassano il confine del terreno di gioco per divenire reali, concreti, indispensabili nella vita di tutti giorni. Per provare a comprendere appieno lo spessore umano di questo personaggio unico, lo presentiamo attraverso cinque celebri dichiarazioni da lui rilasciate nel corso degli anni, emblematiche di quello che è sempre stato modo di pensare e di essere.

Frasi Maldini: il pensiero del capitano in cinque citazioni

La storia più bella… Maldini: “Se da bambino mi fossi scritto una storia, la storia più bella che potessi immaginare, l’avrei scritta come effettivamente sta accadendo“.

La contestazione nel giorno dell’addio. Maldini appese gli scarpini al chiodo il 24 maggio del 2009. L’ultimo match fu a San Siro contro la Roma. In un tripudio di applausi e lacrime dei settantamila spettatori presenti nell’arena milanese, fece rumore la contestazione di uno sparuto gruppo di ultrà. Spiegherà il capitano nel novembre del 2014, durante un incontro nell’auditorium dell’Assolombardia promosso da Fondazione Milan e Braun: “È stato un momento non facile e anche inaspettato, c’erano settantamila spettatori ma ricordiamo solo quella piccola frangia di tifosi. Sono una persona pensante, ho detto le cose come stavano. Con il tempo ho capito che quello è stato un successo perché ha marcato una linea ancora più grossa tra me e quel tipo di calcio, non penso che quello sia il futuro dello sport“.

La fedeltà al Milan. Rappresentante di un calcio che fu e che adesso sembra non essere più, Maldini spiegò nel 2012, in un’intervista a la Repubblica, i motivi che lo hanno spinto a rifiutare sempre un cambiamento di casacca nel corso della carriera da giocatore: “Ho incontrato di recente Boniperti e mi ha confermato che la Juve mi voleva. Al Chelsea mi chiamò Vialli nel ’96. Però preferii restare al Milan, per venire fuori da un’annata disastrosa. È stata una scelta giusta. Poi, per l’Arsenal mi chiamò una persona, facendomi un’offerta economica, e ci fu anche una richiesta di Ferguson per il Manchester United e forse un’altra del Real Madrid. La verità è che molto spesso queste richieste coincidevano con annate storte: sarebbe stato probabilmente più semplice accettare. Ma noi del nucleo storico ci prendevamo le nostre responsabilità, preferivamo rimanere e riscattarci sul campo, mettendoci la faccia“.

L’indipendenza. Nella stessa intervista del 2012, Maldini spiegò anche cosa lo rendesse più orgoglioso: “Non ho saltato un minuto, tra Mondiali ed Europei, e soprattutto nel Milan ho giocato più di chiunque altro. Ma a inorgoglirmi è l’indipendenza intellettuale, che mi gusto appieno ormai da una quindicina d’anni. Io non sono assolutamente una persona perfetta, ho fatto le mie esperienze, positive e negative. Ho osservato molto e ho cercato di sbagliare il meno possibile. La mia indipendenza, adesso, non la baratterei proprio con nulla“. Senza andare molto oltre con le ipotesi, sono parole come queste a spiegarci pienamente le motivazioni alla base del rifiuto, fino ad oggi, di rientrare nel Milan con un ruolo dirigenziale (apparente) in questo inizio di era cinese.

Il rapporto con papà Cesare. Chiudiamo questa raccolta di frasi celebri di capitano Paolo con la sua descrizione del rapporto con il padre Cesare, altra grande bandiera rossonera, a pochi giorni dalla sua scomparsa: “Sono cresciuto con il mito di mio padre Cesare. Il giorno dell’esordio in prima squadra mi disse: ‘Bravo figlio mio, oggi hai fatto un primo passo. Ti auguro di vincere più di me, e di alzare proprio come me, almeno una volta nella vita, una Coppa dei Campioni da capitano, perché è una sensazione stupenda’. Da quel giorno, cercai di migliorarmi sempre il più possibile per poter diventare un giorno il capitano del mio Milan. Quando alzai la Champions League con la fascia al braccio a Manchester, pensai immediatamente a lui. Finita la partita, presi il cellulare e vidi che c’erano moltissime chiamate, tra cui quelle di mia moglie, e svariati messaggi di complimenti. Tra tutti quei messaggi, il primo era quello di mio padre. Aprii la casella, e con mio stupore lessi che c’era scritto: ‘Paolo sono orgoglioso di te. Papà’. Non mi aveva mai fatto un complimento. Era fatto così lui. Pensai, se papà ha perso due minuti della sua vita per scrivermi questo, vuol dire che ho fatto veramente qualcosa di importante. Tutta la squadra stava festeggiando, ma in quel momento, mi passò davanti tutta la carriera. Lasciai i miei compagni e rimasi seduto per pochi minuti a rileggere quel messaggio. Avevo raggiunto il sogno di mio padre, quello di alzare la Champions da capitano proprio come lui. È stato sempre il mio esempio. Un padre silenzioso, che si faceva capire solo con uno sguardo. È stato il mio mito, e continuerà a esserlo per sempre. Se sono diventato quello che sono oggi, il merito è tutto suo“.

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ultimo aggiornamento: 26-06-2017

Mauro Abbate