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Metanfetamina, i cartelli messicani esportano il know-how in Africa
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Metanfetamina: il know-how messicano mette in allarme l’Europa

cartina, mappa sud africa

L’Africa non rappresenta più soltanto un territorio di passaggio per la cocaina destinata ai mercati europei.

Sempre più spesso il continente si sta trasformando in un polo produttivo della metanfetamina, grazie alla collaborazione tra organizzazioni criminali locali e tecnici provenienti dal Messico, considerati tra i maggiori esperti mondiali nella produzione di droghe sintetiche. Un’evoluzione che modifica profondamente gli equilibri del narcotraffico internazionale e che rischia di avere conseguenze dirette sulla sicurezza dell’Europa. A mettere in luce questo fenomeno è una recente inchiesta di InSight Crime, secondo la quale la presenza dei cosiddetti “cuochi” messicani nei laboratori clandestini africani non costituisce più un episodio isolato, ma un modello operativo sempre più consolidato.

L’episodio più recente arriva dalla Nigeria, dove le autorità antidroga hanno incriminato cittadini nigeriani e messicani coinvolti nella gestione di un grande laboratorio scoperto nello Stato di Ogun, nei pressi di Lagos. Nel blitz sono state sequestrate circa 2,4 tonnellate di metanfetamina cristallizzata e sostanze chimiche utilizzate nella produzione, per un valore stimato di oltre 360 milioni di dollari. Tra gli indagati figurano tre cittadini messicani, un dettaglio che per gli investigatori assume un significato particolare. La loro presenza suggerisce infatti un trasferimento diretto delle compete

nze maturate nei grandi laboratori clandestini dell’America Latina verso nuove basi produttive africane. Non si tratta soltanto di esportare droga già pronta, ma di insegnare alle organizzazioni locali come costruire impianti, modificare le ricette in funzione dei precursori disponibili e produrre metanfetamina ad elevata purezza. Pochi giorni prima, un’altra operazione aveva portato alla scoperta di un laboratorio di grandi dimensioni in Sudafrica, con undici arresti, quattro dei quali cittadini messicani. Un ulteriore impianto è stato smantellato nello Stato nigeriano di Oyo, dove tra i fermati figurava ancora una volta un tecnico proveniente dal Messico. Secondo il comandante di Africom, il generale Dagvin Anderson, cittadini messicani sarebbero stati individuati in undici dei dodici laboratori clandestini scoperti in Africa negli ultimi due anni grazie anche al supporto dell’intelligence americana. Una presenza che dimostra come il fenomeno abbia ormai assunto caratteristiche strutturali.

Il know-how criminale diventa un bene da esportare

Le indagini non indicano, almeno per ora, che i grandi cartelli messicani abbiano assunto il controllo diretto dei laboratori africani. Il loro ruolo appare diverso: esportare competenze. Le organizzazioni locali mettono a disposizione territori isolati, reti logistiche, protezione armata e conoscenza dell’ambiente. Gli specialisti messicani forniscono invece il sapere tecnico necessario per aumentare la resa produttiva, migliorare la purezza della droga e aggirare i controlli sui precursori chimici.

È un modello estremamente efficace. Bastano pochi tecnici altamente qualificati per addestrare personale locale che, una volta completata la formazione, può continuare autonomamente la produzione. In questo modo il know-how criminale si diffonde rapidamente senza richiedere il trasferimento stabile di intere organizzazioni.L’Africa offre inoltre condizioni favorevoli allo sviluppo di questo mercato: controlli spesso limitati sul commercio delle sostanze chimiche, elevati livelli di corruzione in alcune aree e infrastrutture logistiche già utilizzate dai traffici internazionali.

Perché l’Europa è sempre più esposta

La crescita della produzione africana rappresenta una minaccia diretta per l’Europa soprattutto per ragioni geografiche. Produrre metanfetamina in Africa occidentale o settentrionale significa ridurre drasticamente tempi, costi e rischi del trasporto rispetto alle rotte provenienti dall’Asia o dall’America Latina. Le stesse reti che da anni trasferiscono cocaina attraverso i porti africani possono essere facilmente adattate anche al traffico di droghe sintetiche. I dati europei mostrano come la pressione sia già in forte crescita.

Nel 2024 gli Stati membri hanno effettuato oltre 14.000 sequestri di metanfetamina, recuperando circa 6,1 tonnellate di sostanza, contro le appena 1,8 tonnellate intercettate l’anno precedente. Parallelamente, dieci Paesi europei hanno smantellato complessivamente 252 laboratori clandestini, segnale che il continente possiede già una significativa capacità produttiva interna.L’arrivo di nuove forniture provenienti dall’Africa rischia quindi di alimentare un mercato già in espansione.

Siringa droga
Siringa droga

Porti europei sotto pressione in un mercato criminale sempre più globale

Container commerciali, navi cargo, voli passeggeri e corrieri rappresentano le principali vie di ingresso verso Spagna, Portogallo, Francia, Italia, Belgio e Paesi Bassi. L’enorme volume di merci movimentate quotidianamente rende impossibile controllare ogni spedizione, offrendo alle organizzazioni criminali numerose opportunità per occultare i carichi. Una maggiore disponibilità di metanfetamina potrebbe inoltre determinare una riduzione dei prezzi al dettaglio, favorendo la diffusione della sostanza anche tra fasce di popolazione che finora ne sono rimaste relativamente escluse.

Le conseguenze non riguarderebbero soltanto la sicurezza, ma anche i sistemi sanitari, chiamati ad affrontare nuove dipendenze e un aumento dei costi sociali. L’espansione dei laboratori africani potrebbe rafforzare ulteriormente i rapporti tra organizzazioni criminali delle due sponde del Mediterraneo. I profitti derivanti dalla metanfetamina alimentano infatti riciclaggio di denaro, corruzione, acquisto di armi e controllo delle infrastrutture logistiche utilizzate per il traffico internazionale.

Esiste inoltre il rischio che le rotte del narcotraffico si sovrappongano, almeno in alcune aree instabili del continente africano, ai percorsi utilizzati da gruppi armati e organizzazioni estremiste. Pur non emergendo prove di una collaborazione strutturata tra cartelli messicani e gruppi terroristici, la condivisione di reti logistiche, protezioni e servizi potrebbe generare nuove fonti di finanziamento per attori in grado di destabilizzare ulteriormente la regione. Per questo motivo il contrasto non può limitarsi ai sequestri nei porti europei.

Servono maggiore cooperazione tra Europa, Africa e America Latina, un controllo più rigoroso sui precursori chimici, un rafforzamento dello scambio di intelligence e un coordinamento sempre più stretto tra forze di polizia, dogane e autorità finanziarie. La comparsa di specialisti messicani nei laboratori clandestini africani rappresenta infatti un salto di qualità del narcotraffico internazionale: non si esportano più soltanto sostanze stupefacenti, ma tecnologie criminali e capacità produttive. Una trasformazione che porta le fabbriche della metanfetamina sempre più vicino ai confini europei e che impone una risposta preventiva prima che questa nuova filiera criminale raggiunga pienamente il mercato del continente.

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ultimo aggiornamento: 20 Luglio 2026 8:59

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