Roberta Lanzino aveva 19 anni quando fu violentata e uccisa nel 1988 sulla strada per Falconara Albanese. Due processi e nuovi esami del DNA non hanno identificato i responsabili.
Il 26 luglio 1988, la diciannovenne Roberta Lanzino, studentessa universitaria di Rende, partì in motorino per raggiungere la casa al mare della famiglia sul Tirreno cosentino. I genitori viaggiavano dietro di lei in automobile, ma alcune soste aumentarono la distanza tra i mezzi.
Intorno alle 18-18:10 Roberta venne vista per l’ultima volta mentre chiedeva indicazioni lungo la strada verso Falconara Albanese. Quella notte fu ritrovato il motorino; all’alba successiva, circa 70 metri più lontano, venne scoperto il suo corpo.

Roberta Lanzino: una violenza sulla strada per il mare
Gli accertamenti stabilirono che Roberta era stata aggredita e violentata. Presentava numerose lesioni e la morte fu provocata da una profonda ferita alla gola, mentre parte dei suoi indumenti era stata utilizzata per impedirle di gridare. Sulla scena erano presenti anche tracce biologiche che avrebbero potuto assumere un’importanza decisiva.
Le prime indagini portarono all’arresto e poi al processo di Luigi, Rosario e Giuseppe Frangella, residenti nella zona. Il procedimento terminò però con le assoluzioni: primo grado nel 1991, appello nel 1994 e decisione definitiva della Cassazione il 15 luglio 1994. Gli atti parlamentari successivi evidenziarono numerose criticità investigative: il motorino non correttamente repertato, reperti biologici degradati e alcuni indumenti della vittima dispersi o successivamente eliminati.
Il nuovo DNA e l’“Ignoto 1”
Anni dopo il caso venne riaperto. Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Franco Pino indirizzarono gli investigatori verso Francesco “Franco” Sansone e Luigi Carbone, quest’ultimo scomparso nel 1989 e ritenuto dall’accusa un possibile complice. Nel nuovo processo Sansone fu accusato dell’omicidio di Roberta, mentre la scomparsa di Carbone venne collegata, nell’ipotesi accusatoria, al timore che potesse rivelare quanto sapeva. Nessuna di queste ricostruzioni sarebbe però stata confermata da una condanna.
La svolta scientifica arrivò quando il RIS riuscì a isolare da un campione di terriccio conservato per decenni una mistura contenente sangue e liquido seminale. Il profilo genetico, indicato dalla stampa come quello di “Ignoto 1”, risultò incompatibile sia con Sansone sia con i familiari utilizzati per verificare la possibile appartenenza a Carbone. Nel maggio 2015 la stessa pubblica accusa chiese l’assoluzione di Sansone, che venne assolto per non aver commesso il fatto.
La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro confermò l’assoluzione nel dicembre 2017. A settembre 2026, dopo 38 anni, nessuno è stato giudiziariamente riconosciuto responsabile dell’omicidio e il profilo genetico recuperato non ha condotto all’identificazione certa dell’aggressore. Dalla tragedia nacquero però prima il Centro antiviolenza e poi la Fondazione Roberta Lanzino, impegnati nella lotta alla violenza contro donne e minori.