Processo Borsellino, il più grande depistaggio della storia

I giudici di Caltanissetta hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo “Borsellino quater”. I magistrati hanno ricostruito un “gravissimo depistaggio” nelle indagini: in particolare, sulla sparizione dell’agenda rossa.

CALTANISSETTA – Il 20 aprile 2017 i giudici di Caltanissetta hanno emesso la sentenza nell’ambito del processo denominato “Borsellino quater“, nell’ambito della strage di via D’Amelio in cui il magistrato e cinque agenti di scorta morirono dilaniati il 19 luglio 1992. Il processo Borsellino quater ha condannato all’ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino; ai falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci sono stati comminati 10 anni per calunnia mentre Vincenzo Scarantino, anche lui imputato per calunnia, è uscito dal processo per la prescrizione del reato, scattata perché i giudici gli hanno concesso l’attenuante riconosciuta a chi commette il reato indotto da altri.

Le motivazioni: ci fu depistaggio

Poche ore fa, i giudici di Caltanissetta hanno depositato le motivazioni della sentenza: “Furono soggetti inseriti nell’apparato dello Stato” a indurre Vincenzo Scarantino a mentire sulla strage di via D’Amelio. Le false dichiarazioni hanno portato a “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Per i giudici il depistaggio delle indagini prese vita da “un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri”. In particolare si fa riferimento ad Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia che coordinò le indagini sull’attentato. La Barbera, nel frattempo deceduto, avrebbe avuto infatti un ruolo determinante nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia.

La sparizione dell’agenda rossa

Il questore La Barbera, inoltre, sarebbe stato “intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”. Per la corte di Caltenissetta l’agenda del magistrato, da lui custodita in una borsa e scomparsa dal luogo dell’attentato, “conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci”.

ultimo aggiornamento: 01-07-2018

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