Il writer romano Geco è stato citato in giudizio dalla procura di Roma. Ma è una decisione giusta o figlia dell’arretratezza?

Il writer Geco, famosissimo tra gli appassionati di street art della Capitale, è stato citato a giudizio dalla procura di Roma. L’accusa? Aver ‘danneggiato’ delle strutture pubbliche della Capitale tramite trentasei graffiti, in quanto “imbrattava e danneggiava strutture e infrastrutture pubbliche di interesse storico artistico del Comune di Roma”, stando alla procura. Si parla, tra le strutture indicate, dell’Archivio centrale di Stato, dell’Arco dei Quattro Venti di Villa Pamphili, della banchina del Tevere di Porta Portese e del Parco degli Acquedotti. Non solo: il pubblico ministero Gianfederica Dito contesta al writer romano Geco, nome d’arte di Lorenzo Perris, anche l’accusa di ricettazione, a causa di due estintori risultati successivamente rubati.

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Giusto o sbagliato?

Ora, tralasciando l’accusa di ricettazione legata agli estintori, è giusto aprire un dibattito legato alla legittimità dell’accusa di aver ‘imbrattato’ strutture di interesse storico nella Capitale. In gran parte del mondo, la street art è una forma d’arte che viene tutelata e incentivata dagli stessi stati. Gli artisti in questione sono aiutati dallo stato nel progettare e realizzare le proprie opere in luoghi dedicati. Non solo: in molti stati, vengono spesso commissionati progetti artistici volti a valorizzare la bellezza delle città, specialmente in zone periferiche.

Roma
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La street art in Italia

La situazione in Italia è diversa: gli street artists vengono ancora chiamati “graffitari” in modo dispregiativo, a causa di una cultura figlia di un tempo nel quale l’arte si divideva in “alta” e “bassa”. Un modo classista di vedere il mondo che non solo si rispecchiava nella società, ma anche nella cultura: teatro, opera e arte “tradizionale” erano alta cultura, destinata all’élite, mentre cinema, musica pop e street art erano la cultura del popolo. Ma è corretto, nel 2022, perseguire un artista che fa diventare colorati e vivi i tristi muri grigi di una città? Se le opere di Banksy sono valutate di alto interesse storico e culturale, perché anche i murales di Roma, Napoli, Bologna e Firenze non possono raggiungere tale status?

Le cosiddette “tag”, tanto odiate a causa di una mentalità che rimanda all’ordine e alla pulizia del ventennio, sono manifesti di appartenenza a un luogo, testimonianze di amore verso la propria città. Forse, dovremmo cominciare a ripensare il modo in cui intendiamo l’arte, in Italia. “Muri puliti, popoli muti”, recita un detto molto in voga tra i giovani. E citare a giudizio un writer come Geco potrebbe voler dire silenziare la voce di una generazione.

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ultimo aggiornamento: 24-05-2022


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