Il caso di Federico Bigotti, il giovane di Città di Castello accusato dell’omicidio della madre Anna Maria Cenciarini: il delitto, i social e l’assoluzione per incapacità di intendere e volere.
È una vicenda familiare diventata subito un caso nazionale, anche per il contrasto tra la violenza del delitto e ciò che accadde nelle ore successive sui social. Il nome di Federico Bigotti è legato all’omicidio della madre, Anna Maria Cenciarini, trovata morta nella casa di famiglia sulle colline di Città di Castello, in Umbria, alla fine del 2015.
La donna, 55 anni, venne trovata senza vita nell’abitazione di Varesina, frazione del comune umbro. Secondo le ricostruzioni dell’epoca, era stata colpita con numerose coltellate. In casa, al momento dei fatti, c’era il figlio Federico, allora 21enne. Fu lui a raccontare una prima versione secondo cui la madre si sarebbe ferita da sola con un coltello, una spiegazione che finì rapidamente al centro degli accertamenti degli investigatori.

Caso Federico Bigotti: la morte di Anna Maria Cenciarini nella casa di famiglia
Il caso esplose tra la fine di dicembre 2015 e i primi giorni di gennaio 2016. Anna Maria Cenciarini venne descritta come una donna legata alla famiglia, mentre l’indagine si concentrò subito sull’ambiente domestico. Gli inquirenti ipotizzarono l’omicidio e, successivamente, Federico Bigotti venne arrestato con l’accusa di aver ucciso la madre.
Uno degli elementi che più colpì l’opinione pubblica fu il comportamento del giovane dopo la morte della donna. Sui social comparvero immagini e frasi che alimentarono l’attenzione mediatica, tra cui il riferimento a “riposa in pace mamma” e un selfie pubblicato dopo il delitto. Dettagli che, più che spiegare il movente, contribuirono a trasformare la vicenda in una storia ancora più disturbante agli occhi del pubblico.
La perizia psichiatrica e l’esito giudiziario
Il punto centrale del procedimento diventò presto la condizione mentale di Federico Bigotti. La giustizia dovette stabilire non solo cosa fosse accaduto dentro quella casa, ma anche se il giovane fosse capace di intendere e di volere al momento dei fatti.
Nel 2016 arrivò l’esito giudiziario: Bigotti venne assolto per incapacità di intendere e di volere. Il giudice dispose la liberazione dal carcere e il trasferimento in ambito psichiatrico, con l’applicazione di una misura di sicurezza. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la perizia lo aveva ritenuto incapace al momento del fatto ma anche socialmente pericoloso.
Il caso di Città di Castello resta così una delle storie familiari più drammatiche della cronaca italiana recente: una madre uccisa in casa, un figlio finito al centro dell’indagine e una conclusione processuale segnata non da una condanna tradizionale, ma dal riconoscimento di una grave incapacità psichica.