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Macellaio di Mons, la storia vera del killer mai identificato
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Il Macellaio di Mons: il killer senza volto che fece a pezzi cinque donne in Belgio

Uomo incappucciato nell'oscurità che fa il gesto del silenzio con l'indice.

Il caso del Macellaio di Mons, il serial killer belga mai identificato accusato di avere ucciso e smembrato cinque donne tra il 1996 e il 1997 nella regione di Mons.

Il Macellaio di Mons, conosciuto in Belgio come Dépeceur de Mons, è il nome dato dalla stampa a uno dei casi più inquietanti della cronaca criminale europea. Tra il 1996 e il 1997, nella regione di Mons, in Vallonia, cinque donne furono uccise, smembrate e abbandonate in diversi punti della città e dei dintorni, spesso dentro sacchi della spazzatura.

Le vittime identificate furono Carmelina Russo, Martine Bohn, Jacqueline Leclercq, Nathalie Godart e Begonia Valencia. I loro resti vennero ritrovati in luoghi diventati tristemente simbolici del caso: vicino alla rue Émile Vandervelde a Cuesmes, lungo la Haine, nei pressi della Trouille, in strade isolate e in zone scelte in modo da rendere impossibile ignorare la presenza dei sacchi.

Il caso resta senza colpevole. A distanza di quasi trent’anni, nessuno è stato condannato per gli omicidi. L’inchiesta ha attraversato piste diverse, profili criminali, segnalazioni, sospetti e nuove speranze legate al DNA, ma l’identità del killer non è mai stata stabilita in via giudiziaria.

Uomo di spalle che regge un'ascia.
Sagoma maschile di spalle che impugna un’ascia nell’oscurità. – newsmondo.it

Il macellaio di Mons: i sacchi ritrovati e le cinque donne scomparse

La prima grande scoperta avvenne il 22 marzo 1997, quando un agente a cavallo individuò diversi sacchi della spazzatura in basso rispetto alla rue Émile Vandervelde, a Cuesmes, nei pressi di Mons. All’interno c’erano resti umani. Quel ritrovamento trasformò una serie di sparizioni apparentemente separate in un unico dossier criminale.

Nei giorni e nelle settimane successive emersero altri sacchi, altri resti, altri punti di abbandono. La città si trovò davanti a una sequenza studiata e spaventosa: i corpi erano stati sezionati, distribuiti e lasciati in zone visibili o comunque raggiungibili, come se il killer volesse imporre la propria presenza nello spazio pubblico.

Le vittime appartenevano a storie diverse, ma avevano in comune il passaggio o la frequentazione dell’area della stazione di Mons, all’epoca segnata da bar aperti fino a tardi, piccoli traffici e incontri notturni. Erano donne fragili per condizioni personali, familiari o sociali, ma non figure anonime: Carmelina, Martine, Jacqueline, Nathalie e Begonia erano persone con vite, legami e percorsi diversi, poi unite dalla stessa firma criminale.

Il soprannome “Macellaio” nacque dalla modalità dei delitti e dallo smembramento dei corpi. Nelle prime ricostruzioni si parlò di una mano molto precisa, forse legata a competenze tecniche. Le analisi successive e i profili elaborati dagli investigatori portarono però a un quadro più complesso: l’assassino doveva disporre di un luogo sicuro, di un mezzo per trasportare i resti e di tempo sufficiente per agire senza essere visto.

La “Cellule Corpus” e l’indagine rimasta senza nome

Dopo i ritrovamenti venne creata una squadra speciale, la Cellule Corpus, guidata dal giudice istruttore Pierre Pilette. L’obiettivo era dare un’unica direzione a un’indagine complessa, in un Belgio già scosso pochi mesi prima dal caso Marc Dutroux e dalla crisi di fiducia verso polizia e giustizia.

Gli investigatori seguirono piste diverse. Alcune portarono a sospetti poi caduti, altre a ipotesi legate al contesto della stazione, ai movimenti del killer e alla possibilità che avesse un lavoro regolare, un veicolo e un luogo privato in cui compiere lo smembramento. Nell’autunno del 1997, una parte del dossier arrivò anche a Quantico, negli Stati Uniti, dove l’unità comportamentale dell’FBI contribuì a tracciare un profilo dell’assassino.

Negli anni, il caso non si è mai trasformato in una condanna. La Cellule Corpus è stata progressivamente ridotta e poi superata, mentre il fascicolo è rimasto uno dei grandi irrisolti della giustizia belga. Nel tempo sono riemerse ipotesi, sospetti e richieste di nuovi accertamenti, anche grazie al lavoro di ricercatori e familiari delle vittime.

Nel 2024, il caso è tornato al centro dell’attenzione per la possibilità di usare tecniche di identificazione genetica più moderne e per l’avvicinarsi della prescrizione prevista nel 2027.

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ultimo aggiornamento: 7 Luglio 2026 17:45

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