Il caso di Christa Wanninger, modella tedesca uccisa a Roma il 2 maggio 1963 in un palazzo di via Emilia, a pochi passi da via Veneto, e il lungo percorso giudiziario legato a Guido Pierri.
L’omicidio di Christa Wanninger è uno dei delitti simbolo della Roma della Dolce Vita. La giovane tedesca aveva 23 anni, era arrivata in Italia con il sogno del cinema e lavorava come modella e aspirante attrice. Il 2 maggio 1963 venne aggredita sul pianerottolo di un palazzo in via Emilia 81, a pochi passi da via Veneto, cuore mondano della Capitale.
La scena del delitto trasformò subito il caso in un giallo nazionale. Christa era salita al quarto piano per raggiungere l’amica Gerda Hodapp, anche lei tedesca e residente nello stabile. Non riuscì mai a entrare nell’appartamento. Venne colpita con più fendenti e morì poco dopo. Da quel momento cominciò una storia fatta di sospetti, silenzi, agende piene di nomi, piste mondane e un uomo misterioso visto allontanarsi dal palazzo: il cosiddetto “uomo in blu”.
Il caso attraversò più di vent’anni di indagini e processi. Il nome decisivo fu quello di Guido Pierri, pittore aversano entrato nell’inchiesta dopo una telefonata a un giornalista. Nel 1985 la Corte d’Assise d’Appello lo dichiarò colpevole dell’omicidio volontario, ma incapace di intendere e di volere al momento del fatto. La decisione venne confermata dalla Cassazione nel 1988.

Il caso di Christa Wanninger: il pianerottolo di via Emilia e l’uomo vestito di blu
Quel pomeriggio Christa Wanninger aveva telefonato a Gerda Hodapp, l’amica che viveva in via Emilia. Secondo le ricostruzioni, voleva raggiungerla nel suo appartamento. Salì al quarto piano, ma venne aggredita prima di riuscire a essere accolta in casa. Le sue urla richiamarono l’attenzione dei condomini, mentre Gerda rimase al centro dei primi sospetti per il comportamento tenuto nei minuti successivi all’aggressione.
La polizia raccolse subito una testimonianza destinata a segnare l’intera indagine: alcuni presenti parlarono di un uomo alto, magro, elegante, vestito con un completo blu, visto scendere le scale con calma mentre nello stabile si cercava di capire cosa fosse accaduto. La stampa lo ribattezzò “l’uomo in blu”. Per molto tempo quella figura rimase il volto senza nome del delitto.
Le indagini si allargarono alla vita romana di Christa. Nella sua stanza alla Pensione Leonardi di via Sicilia e nella borsetta vennero trovate agende piene di contatti, molti maschili. I nomi furono controllati, ma non portarono a una svolta. Anche il fidanzato della vittima e il convivente di Gerda Hodapp vennero scagionati per la presenza di alibi.
Il delitto finì così per raccontare anche l’altra faccia della Dolce Vita: non solo via Veneto, i locali e il sogno del cinema, ma anche ragazze straniere arrivate a Roma in cerca di fortuna, piccoli ruoli, relazioni ambigue e una città capace di consumare rapidamente le illusioni. La morte di Christa Wanninger aprì uno squarcio nero dietro l’immagine luminosa della Capitale degli anni Sessanta.
Guido Pierri, i diari e la sentenza del 1988
La svolta arrivò nel 1964, quando il giornalista Maurizio Mengoni ricevette una telefonata da un uomo che sosteneva di conoscere il nome dell’assassino. L’interlocutore chiedeva denaro in cambio delle informazioni. Le forze dell’ordine risalirono alla chiamata e fermarono Guido Pierri, pittore originario di Aversa.
In casa di Pierri vennero trovati un abito blu e alcuni quaderni. Nei diari, secondo la ricostruzione rilanciata dalla Rai, il pittore aveva descritto l’omicidio di Christa in modo minuzioso. In un primo momento il quadro non bastò per arrivare a una condanna per omicidio. Pierri venne prosciolto, mentre l’inchiesta sembrò destinata a chiudersi senza una verità giudiziaria piena.
Il fascicolo tornò però a muoversi anni dopo, anche grazie al lavoro dell’ex maresciallo Renzo Mambrini, che indicò Pierri come responsabile e contribuì a riportare il caso davanti agli inquirenti. Nel 1977 Pierri fu rinviato a giudizio; nel 1978 venne assolto in primo grado per insufficienza di prove. Nel 1985, la Corte d’Assise d’Appello ribaltò la decisione e lo dichiarò colpevole di omicidio volontario, riconoscendolo però incapace di intendere e di volere al momento del fatto.
La Cassazione, nel 1988, confermò la sentenza. Pierri non scontò una pena detentiva per l’omicidio perché dichiarato non imputabile al momento del delitto. Il caso Wanninger, quindi, ebbe una conclusione giudiziaria anomala: una responsabilità riconosciuta in via definitiva, ma senza carcere per l’autore indicato dalla sentenza.