Giorgia Padoan aveva 21 anni quando fu strangolata nella sua casa di Torino nel 1988. Una telefonata-confessione riaprì il caso 25 anni dopo, ma il killer non è mai stato identificato.
La mattina del 9 febbraio 1988, Giorgia Padoan, studentessa universitaria di 21 anni, si trovava nell’appartamento di via San Gottardo a Torino che condivideva con la madre Ivana. Studiava Lingue, sognava di viaggiare e aveva anche tentato di diventare hostess per Alitalia.
Poco prima delle 14 la madre rincasò e trovò Giorgia senza vita. Secondo gli accertamenti medico-legali era stata uccisa tra le 10 e le 11 del mattino, strangolata con un oggetto metallico, probabilmente una catenella che non fu mai ritrovata.

Giorgia Padoan: il caffè con qualcuno che conosceva
Non risultavano segni di effrazione. Tutto indicava che Giorgia avesse aperto volontariamente la porta al proprio assassino e si fosse intrattenuta con lui. Nella casa furono trovate due tazzine: i due avevano bevuto un caffè insieme. Le tazzine erano state sciacquate, probabilmente nel tentativo di cancellare eventuali tracce. Secondo la famiglia, Giorgia era molto prudente e difficilmente avrebbe accolto uno sconosciuto in casa.
La scena sembrava inoltre essere stata alterata per depistare le indagini: l’appartamento era in disordine, i rubinetti del gas erano stati aperti e l’acqua lasciata scorrere. I vestiti della ragazza erano stati sistemati in modo da far pensare anche a un’aggressione sessuale, ma gli accertamenti non dimostrarono uno stupro. Una presunta impronta di scarpa numero 44, a lungo considerata importante, risultò successivamente appartenere a un poliziotto intervenuto sulla scena.
La telefonata: «Sono stato io»
Pochi giorni dopo il delitto accadde qualcosa di straordinario. Un giovane telefonò al padre di Giorgia, Roberto Padoan, dichiarando di essere l’assassino e sostenendo che non avrebbe voluto ucciderla. Il padre riuscì a farsi richiamare e registrò la seconda conversazione. L’uomo promise di costituirsi, ma non lo fece. Per anni quella voce non ebbe un nome.
Nel 2013, a 25 anni dall’omicidio, una nuova perizia fonica indicò una compatibilità tra quella voce e quella di un ex compagno universitario di Giorgia, nel frattempo diventato insegnante. L’uomo venne indagato per omicidio volontario e la sua abitazione fu perquisita. Negò il coinvolgimento, mise a disposizione il proprio DNA e produsse documentazione secondo cui la mattina del delitto si trovava al lavoro.
Gli indizi non furono sufficienti per sostenere un’accusa in tribunale e la pista si fermò. Nel 2024 RaiNews definiva ancora ufficialmente quello di Giorgia Padoan un omicidio irrisolto; anche una produzione investigativa del 2025 lo ha inserito tra i cold case torinesi. A quasi quarant’anni dal delitto, quindi, nessuno è mai stato condannato e non è stato stabilito chi fosse l’uomo che Giorgia fece entrare in casa quella mattina.