Karl Denke fu un assassino seriale attivo in Slesia tra il 1903 e il 1924. Resti umani e un registro con trenta nomi rivelarono i suoi crimini.
Per gli abitanti di Münsterberg, cittadina tedesca della Bassa Slesia oggi chiamata Ziębice e appartenente alla Polonia, Karl Denke era un uomo solitario ma generoso. Offriva cibo e piccoli aiuti a mendicanti e lavoratori itineranti, tanto da essere soprannominato “Vater Denke”, padre Denke. Dietro quella reputazione si nascondeva però un assassino seriale responsabile della morte di almeno trenta persone.

Karl Denke: l’uomo sopravvissuto all’aggressione
Il caso emerse il 21 dicembre 1924, quando il lavoratore itinerante Vincenz Olivier entrò nell’abitazione di Denke. L’uomo gli promise venti pfennig in cambio della scrittura di una lettera, sostenendo di avere difficoltà a vedere. Mentre Olivier era seduto, Denke tentò di colpirlo alla testa con una piccozza.
Olivier riuscì a difendersi e a richiamare l’attenzione dei vicini. Inizialmente la polizia dubitò delle sue parole, soprattutto per la buona reputazione di Denke. Quest’ultimo venne comunque arrestato e rinchiuso nella cella del municipio. Prima di essere interrogato approfonditamente, si tolse la vita impiccandosi con un fazzoletto. Morì il 22 dicembre 1924.
La successiva perquisizione dell’abitazione portò alla scoperta di carne conservata sotto sale, ossa, indumenti appartenuti a persone scomparse e centinaia di denti. Gli esami stabilirono che le ossa inviate all’istituto medico-legale appartenevano ad almeno otto individui. Lo studio di 351 denti indicò invece un minimo di venti persone e, secondo una stima prudente dell’esperto, probabilmente almeno venticinque.
Il registro delle vittime e le verità mai accertate
Nella stanza furono trovati alcuni fogli contenenti trenta nomi di uomini e donne, ciascuno accompagnato da una data ritenuta quella della morte. Una trentunesima voce riportava soltanto una data e sarebbe stata destinata all’ultima vittima. Documenti personali e abiti riconosciuti dai familiari collegavano diversi nominativi a persone realmente scomparse. Le annotazioni iniziavano nel 1903 e proseguivano fino al 1924.
Le analisi confermarono inoltre che Denke aveva lavorato parti di pelle umana per ricavarne bretelle, lacci e cinghie. Il materiale trovato dimostra anche che conservò e consumò carne delle vittime e che probabilmente la offrì ad alcuni ospiti inconsapevoli.
Non è invece provata la storia, spesso ripetuta, secondo cui avrebbe venduto carne umana nei mercati spacciandola per maiale o vitello. Il medico legale scrisse esplicitamente che non erano stati trovati elementi capaci di dimostrare tale commercio. Il suicidio impedì un processo, una confessione e l’accertamento definitivo del numero delle vittime e del movente.