Sta facendo discutere la vicenda legata al rabbino picchiato alla fermata del bus. Ci sarebbero diverse versioni dei fatti.
Un rabbino sessantenne sarebbe stato aggredito e insultato da tre uomini mentre aspettava l’autobus nella zona Bande Nere, a Milano. A raccontare l’episodio è Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, che ha riferito all’ANSA i dettagli ricevuti sull’accaduto. Secondo quanto denunciato dal rabbino, gli aggressori lo avrebbero colpito con calci e pugni, gli avrebbero tolto il cappello, lo avrebbero calpestato e gli avrebbero sputato addosso. Meghnagi ha aggiunto che, secondo le informazioni ricevute, si sarebbe trattato di tre persone di origine araba. Eppure, dell’intera vicenda ci sarebbe un’altra versione.

Rabbino aggredito a Milano: il racconto
Un rabbino di sessanta anni sarebbe stato aggredito e insultato da tre uomini mentre aspettava l’autobus nella zona Bande Nere, a Milano. A fare luce sull’episodio è stato, come detto, Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, che ha riferito all’ANSA i dettagli ricevuti sull’accaduto. Secondo quanto denunciato dal rabbino, gli aggressori lo avrebbero colpito con calci e pugni, gli avrebbero tolto il cappello, lo avrebbero calpestato e gli avrebbero sputato addosso. Meghnagi ha aggiunto che, secondo le informazioni ricevute, si sarebbe trattato di tre persone di origine araba.
La polizia, dopo la denuncia, avrebbe già individuato gli aggressori. Il presidente della Comunità ebraica di Milano ha definito l’episodio particolarmente grave, affermando: “Una cosa così violenta non è mai successa”. Meghnagi ha inoltre espresso la propria amarezza per quanto accaduto, arrivando a dire: “Mi vergogno del mio Paese”. Secondo il suo racconto, il rabbino sarebbe stato riconosciuto proprio per il modo in cui era vestito: “Lui aspettava solo il bus e lo hanno riconosciuto da come era vestito”.
L’altra versione dei fatti
Sull’episodio, però, è stata fornita anche una versione diversa da parte di Battar Z., 21 anni, studente di ingegneria di origine tunisina e nato a Como, fratello del giovane di 20 anni arrestato. Quest’ultimo deve rispondere di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale e religiosa, in attesa dell’udienza per direttissima. Battar ha sostenuto che lui, il fratello e un amico stessero realizzando alcuni video per TikTok quando il rabbino si sarebbe avvicinato.
Il giovane ha raccontato, come riportato anche da Il Fatto Quotidiano, di aver notato la kippah e l’abbigliamento tradizionale, ma ha sostenuto di non aver dato particolare importanza alla cosa. Secondo il suo racconto, il gruppo avrebbe scherzato prendendo per un momento il cappello del rabbino e chiedendogli “Come mi sta?”. Successivamente, il fratello gli avrebbe fatto uno sgambetto alle spalle, senza farlo cadere, con l’intenzione, secondo Battar, di farlo allontanare. “Nessun pugno, nessuna violenza”, ha detto il giovane, negando inoltre di aver colpito qualcuno. Nel provvedimento del questore, però, si parla di “brutale violenza” e di un atteggiamento capace di provocare “un diffuso allarme sociale”. Le due ricostruzioni restano dunque differenti mentre proseguono gli accertamenti sull’accaduto.