Mercenari colombiani finanziati dagli Emirati e coordinati via Libia: un nuovo report del Conflict Insights Group accusa una rete internazionale di aver deciso la caduta di El Fasher.
Lo definiscono «Denaro macchiato di sangue». È il titolo del report pubblicato nell’aprile 2026 dal Conflict Insights Group, un documento che punta il dito contro una rete internazionale di mercenari e finanziamenti che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella caduta di El Fasher, nel Darfur settentrionale. Un’inchiesta che, se confermata nelle sue implicazioni, cambia radicalmente la lettura del conflitto sudanese. Non è più una guerra civile.
È un sistema. Una macchina opaca che attraversa continenti, muove uomini, tecnologia e capitali e che, secondo l’indagine, avrebbe sostenuto in modo diretto le Forze di Supporto Rapido (RSF). Dietro l’avanzata delle milizie non ci sarebbero soltanto combattenti locali. Il report descrive una struttura molto più complessa: mercenari colombiani, centri di addestramento negli Emirati Arabi Uniti, corridoi logistici che passano per Somalia e Libia. Una rete che collega America Latina,Golfo Persico e Africa in un unico teatro operativo. Il punto centrale è netto: senza il supporto straniero, l’assedio durato diciotto mesi e la conquista di El Fasher nell’ottobre 2025 «probabilmente non si sarebbero verificati». Non è un semplice dettaglio, ma una chiave di lettura.
La presenza di miliziani colombiani
La filiera parte dalla Colombia. Ex militari, uomini addestrati, vengono reclutati e trasferiti lungo una rotta precisa. Prima la Somalia, con il passaggio dal complesso della polizia marittima di Bosaso. Poi il Ciad. Infine il Sudan. In mezzo, però, c’è un nodo cruciale: gli Emirati. È qui che, secondo l’indagine, i mercenari vengono addestrati e inseriti in un sistema operativo più ampio. Non si tratta di presenze marginali. I combattenti colombiani operano come piloti di droni, istruttori e artiglieri. Sono sul terreno, partecipano alle operazioni, contribuiscono all’organizzazione delle forze.
Alcune testimonianze raccolte indicano anche il coinvolgimento nell’addestramento di bambini soldato. Un’accusa pesantissima, che se confermata aprirebbe scenari giuridici e politici esplosivi. Il cuore operativo è a Nyala, nel Darfur meridionale. Qui, secondo il report, si concentra una vera base avanzata. Droni di grandi dimensioni decollano da piste improvvisate, colpiscono obiettivi e rientrano. Nelle settimane precedenti alla caduta di El Fasher, gli attacchi aumentano in modo significativo. Non solo contro obiettivi militari, ma anche contro civili e campi profughi.
I droni come arma letale
Il salto di qualità del conflitto passa proprio da qui: la tecnologia. I droni trasformano una milizia in una forza capace di colpire con precisione e continuità . E dietro quei droni, secondo l’inchiesta, ci sarebbero operatori stranieri. Poi c’è la logistica, il vero nervo scoperto. Il report documenta un dato difficilmente ignorabile: a partire dall’aprile 2025, l’aeroporto di Kufra, nel sud della Libia, registra un’impennata improvvisa di voli cargo Il-76. Oltre 140 voli in pochi mesi. Un volume incompatibile con attività civili. Un ponte aereo. Non è la prima volta che queste rotte emergono. Secondo gli analisti, si tratta di un adattamento strategico: quando una linea di rifornimento finisce sotto osservazione internazionale, viene sostituita da un’altra. Il traffico non si interrompe, cambia direzione.

Le armi continuano a fluire, lontano dai riflettori. Al centro di questa architettura compare una società con sede negli Emirati Arabi Uniti: la Global Security Services Group. Secondo il report, sarebbe il nodo attraverso cui passano contratti, pagamenti e gestione dei mercenari. Non un attore isolato, ma una struttura con legami documentati con ambienti di alto livello del potere emiratino. Non esiste, almeno nel documento, la prova di un ordine politico diretto. Ma il quadro che emerge è quello di una rete troppo sofisticata per essere casuale, troppo coordinata per essere spontanea. Una zona grigia in cui pubblico e privato si sovrappongono, rendendo difficile distinguere responsabilità e catene di comando.
La caduta di El Fasher e i crimini di guerra
Quando El Fasher cade, il 26 ottobre 2025, il conflitto entra in una nuova fase. Le immagini e le testimonianze che emergono sono devastanti: esecuzioni, ospedali colpiti, civili uccisi. Il procuratore della Corte penale internazionale parla apertamente di crimini di guerra e crimini contro l’umanità . Il report suggerisce un passaggio ulteriore: chi ha reso possibile quella vittoria potrebbe aver contribuito anche a ciò che è seguito. Eppure, il quadro è ancora più complesso. Il sostegno straniero non è unilaterale. Anche le Forze armate sudanesi ricevono assistenza da attori esterni, tra cui Turchia e Iran.
Il risultato è un conflitto che non appartiene più al Sudan. È una guerra per procura, dove potenze regionali e interessi internazionali si confrontano indirettamente. Il Sudan diventa così un laboratorio. Mercenari globali, tecnologia accessibile, reti logistiche invisibili: un modello destinato a replicarsi. Il report del Conflict Insights Group non è una sentenza definitiva. È intelligence, non prova giudiziaria. Ma è anche qualcosa di più: una mappa dettagliata di come si combatte oggi una guerra lontana dai riflettori. E la domanda, a questo punto, cambia: non cosa stia accadendo in Sudan. Ma chi, davvero, sta combattendo quella guerra.