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Kampatimar Shankariya: la storia del serial killer dell'India
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Kampatimar Shankariya: la storia del serial killer più temuto dell’India

Crimine

La storia di Kampatimar Shankariya, conosciuto come Kanpatimar: gli omicidi attribuiti, la strage nel tempio di Takhat Hazara, la condanna a morte e l’esecuzione del 1979.

Kampatimar Shankariya, indicato negli atti giudiziari anche come Shankaria e conosciuto con il soprannome di Kanpatimar, è ricordato come uno dei più prolifici assassini seriali indiani. Le ricostruzioni giornalistiche e librarie gli attribuiscono quasi 70 vittime tra Rajasthan, Punjab e Haryana, uccise durante una serie di aggressioni concentrate soprattutto negli anni Settanta.

Il soprannome derivava dalla parola hindi kanpati, che indica la zona delle tempie: molte vittime venivano colpite violentemente alla testa mentre dormivano o si trovavano nell’impossibilità di difendersi. Sebbene sia spesso presentato come un assassino che utilizzava sempre un martello, gli atti del procedimento arrivato davanti alla Corte Suprema documentano anche l’impiego di una kassi, un attrezzo agricolo dotato di parte metallica affilata e manico.

Il numero di 70 morti appartiene alla ricostruzione complessiva della sua attività criminale, ma non equivale a 70 condanne giudiziarie documentate. La sentenza pubblicamente consultabile riguarda l’uccisione di Kartar Singh e Mada Singh, il tentato omicidio di Wazir Singh e il furto commesso nel settembre 1973 in un luogo di culto del distretto di Ganganagar.

La pena di morte venne confermata dalla Corte Suprema indiana il 26 aprile 1978. Shankariya fu impiccato nel carcere centrale di Jaipur nel maggio 1979.

Uomo di spalle che regge un'ascia.
Sagoma maschile di spalle che impugna un’ascia nell’oscurità. – newsmondo.it

Kampatimar Shankariya: l’attacco notturno ai tre uomini che dormivano nel gurdwara

La notte tra l’8 e il 9 settembre 1973, tre uomini dormivano su altrettanti letti nel cortile di un gurdwara, un luogo di culto sikh situato nel villaggio di Takhat Hazara. Due di loro erano ciechi. La mattina seguente, un uomo entrato per pulire il tempio trovò Kartar Singh morto e Mada Singh e Wazir Singh gravemente feriti.

Le stanze erano state forzate e gli oggetti custoditi all’interno erano stati messi a soqquadro. Sul posto vennero recuperati un attrezzo agricolo macchiato di sangue, impronte, monete e una piccola scatola metallica. Mada Singh morì in ospedale due giorni dopo, senza avere ripreso conoscenza; Wazir Singh sopravvisse, ma non fu in grado di identificare l’aggressore.

Secondo la confessione resa da Shankariya nel giugno 1974, l’uomo aveva raggiunto il villaggio dopo essersi nascosto per ore in un campo. Entrato nel cortile, si era spogliato e aveva raccolto la kassi trovata sul posto, colpendo rapidamente alla testa le tre persone addormentate.

Dopo l’aggressione aveva cercato denaro nelle stanze, rompendo serrature e appropriandosi di circa 1.100 rupie. Rimase ancora nell’edificio, bevve, fumò una bidi e si lavò prima di allontanarsi e raggiungere altre città. Questa permanenza prolungata sulla scena fu richiamata dalla Corte Suprema tra gli elementi che dimostravano la particolare gravità del crimine.

Il caso non era isolato. Tra il febbraio 1973 e il maggio 1974, nel solo distretto di Ganganagar erano stati registrati 15 episodi tra omicidi e tentati omicidi caratterizzati da modalità simili. Altre aggressioni dello stesso tipo erano state segnalate nel Rajasthan e negli Stati confinanti del Punjab e dell’Haryana.

L’arresto sotto falso nome e la cifra delle 70 vittime mai trasformata in 70 sentenze

Le indagini portarono a Shankariya, che nel frattempo aveva lasciato il proprio villaggio. Venne arrestato il 3 giugno 1974 a Bathinda, dove lavorava come conducente di risciò e utilizzava il nome di Ratan Lal. Dopo alcuni giorni di custodia, fu condotto davanti a un magistrato e rese una confessione formale.

Al processo ritrattò, sostenendo di essere stato sottoposto a pressioni. La magistratura esaminò le modalità con cui la dichiarazione era stata raccolta e concluse che Shankariya aveva trascorso un periodo sufficiente lontano dalla polizia, era stato informato del diritto di non parlare e aveva confessato volontariamente.

La confessione non fu l’unico elemento utilizzato. Una sua impronta digitale venne individuata sulla scatola metallica presente nel tempio; le impronte dei piedi furono confrontate con quelle rilevate sulla scena; i documenti di un albergo confermarono parte del viaggio compiuto dopo il delitto. Sullo strumento utilizzato nell’aggressione venne inoltre rilevato sangue umano.

Il giudice di primo grado lo condannò a morte per gli omicidi di Kartar Singh e Mada Singh. Ricevette anche condanne per il tentato omicidio di Wazir Singh, l’intrusione notturna e il furto. L’Alta Corte del Rajasthan confermò il verdetto e la Corte Suprema respinse l’ultimo ricorso nel 1978.

Negli anni, intorno a Shankariya si è consolidata l’immagine dell’uomo che avrebbe confessato o commesso quasi 70 omicidi, spesso per il piacere di uccidere.

Shankariya venne impiccato nel carcere centrale di Jaipur il 15 maggio 1979. Gli vengono attribuite come ultime parole una dichiarazione di pentimento e l’invito a non seguire il suo esempio.

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ultimo aggiornamento: 16 Luglio 2026 9:35

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